Agenzia Rockflood - Fascicolo 23: il caso della Match Patrol scomparsa
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Written by Veleno

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Subject [FF][ARF] Fascicolo 23 - Part 7 of MAXINT
Date 09/04/97 9.53.55
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Agenzia Rockflood
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Fascicolo 23, Il caso della Match Patrol scomparsa 
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Part 7 of MAXINT

La pioggia batteva implacabile  sulla  stradicciola  lastricata  in 
pietra nel quartiere  di  Mont  Martre, rivoli  melmosi  scorrevano 
rumorosamente  ai   lati   della   strada,  incanalati  in  piccoli 
avvallamenti, appositamente praticati. In altri punti, dove le case  
nascondevano  con  la  loro  ombra  la  strada, grondaie  malandate 
lasciavano scaricare  in  strada  il  gorgogliante  contenuto. Alle 
volte c'era una botte oramai colma ad attendere la fine della corsa
di quell'acqua piovana, ma piu' spesso  non  vi  era  nemmeno  tale 
premura. Tiro' piu' su' il bavero del  mantello, per  impedire  che
l'acqua accumulata nelle scanalature della tesa del suo cappello si
incanalasse e gli scivolasse giu' per il collo, sarebbe stato molto
fastidioso, si disse.
Una fisarmonica cantava  malinconica  poco  lontano, uscendo  dalla
squinternata porta di una locanda, il cui unico sollievo era  forse 
la calda luminescenza procurata dal fuoco che illuminava l'ambiente
stretto e pernicioso.
Non molto  lontano  un'altra  luce, piu' intensa, piu' grande, piu'
imponente delle altre spiccava. Probabilmente un  grande  fuoco, un
falo'. Il suo nero fumo saliva nel  cielo, oscurando  le  stelle  e 
appestando l'aria, con il suo odore, un misto di mille odori.
Annuso' l'aria, ben sapendo cosa  era  accaduto, legno  bruciato  e
cenere si mischiavano all'odore  dolciastro di carne  al  fuoco, ma
non veniva dalla locanda, conosceva bene la fonte di quell'odore.
Arrivo' anche l'acre della polvere da  sparo, misto  a  quello  del
sangue bruciato e di tessuti.
La  Bastiglia  era caduta. In  quella  strana  ora, ancora  svegli,
gruppi o meglio drappelli rivoluzionari si muovevano in  citta', in
una disperata ricerca  di  nuovi  bersagli, nuovi  linciaggi, nuova
soddisfazione, forse perche' non  ne  avevano  ottenuta  abbastanza
trucidando soldati. Si era tenuto lontano dagli schiamazzi e  dalle
urla. Il suo abbigliamento  insolito, avrebbe  potuto  attirare  la 
loro attenzione ed aveva deciso che cio' non era "bene".
Poco prima che la sua figura giungesse davanti  all'ingresso  della
locanda, si fermo' di  scatto, come  se  una  forza  invisibile  lo  
trattenesse in una morsa d'acciaio. Barcollo' per qualche  istante, 
mentre respirava a fatica. "Non mi abituero' mai a questa maledetta
sensazione", penso'. Si guardo' attorno  con  apprensione... Doveva
essere nei dintorni... Si volto'  istintivamente  verso  l'ingresso
della locanda, dove un gruppo  di  persone  stavano  discutendo  in
piedi, attorno ad un tavolo, come se su questo vi fosse un qualcosa 
di inestimabile. Fece per entrare, illudendosi di avere  una  scusa
migliore della curiosita', pensando  che nonostante  tutto  era  da 
una decina di ore che non mangiava nulla.
- La locanda e' chiusa - rispose una donna sopra la quarantina  dal
volto butterato e dalla stazza imponente.
- Mi accontento di pane, formaggio e vino... - rispose lui.
Questa fece spallucce e si avvicino' al bancone, ignorandolo  quasi
totalmente. Si sedette pesantemente ad  un  tavolo. Era vicino. Era 
troppo vicino... Ansimo'. Lo sentiva... Ma se era cosi' vicino cosa
gli impediva di... Osservo' il tavolaccio dove tutti erano riuniti.
Un soldato  della  milizia  cittadina  stava  presenziando  al  suo 
appuntamento con la morte, sospiro' sconsolato, quasi invidioso  di
quel  poveraccio. Rantolava, si  dibatteva  quanto  e  come  le sue 
energie gli dessero la possibilita' di farlo, ansimava, gemeva... 
La donna sbatte' con sbadataggine, forse voluta, la sua cena.
- Ecco qui - sentenzio'. "In questi giorni nessuno si degna piu' di
essere cortese, ora si sentono tutti uguali... Tutti rivoluzionari,
tutti amareggiati...", penso' l'uomo, "Non guardano in faccia  piu'
nessuno, loro... Hanno vinto, loro, si  sentono  potenti, sicuri, e 
invulnerabili... Ah... Gli uomini, sono cosi' deboli a volte...".
Sospiro' ancora, piu'  per  il  malessere  che  per  lo  sconforto, 
mentre addentava il pane e si versava del vino.
"Su  quel tavolo c'e' il vostro  piu' grande  scorno, la  morte, su 
quel tavolo c'e' un uomo che sta ricordandovi che  per  quanto  voi
possiate fare, per quante rivoluzioni voi possiate fare, per quanti
sterminii, per quanti assasinii per quanta distruzione voi possiate 
portare, non potrete mai sfuggire alla crudele legge della natura".
Si maledi' per cio' che stava pensando, non doveva distrarsi...
Stava incominciando a sudare freddo... Non poteva  essere  altrove, 
doveva essere li', in quella stanza. Seziono' con sguardo attento e
glaciale tutti i presenti... Nessuno accusava i suoi sintomi...
La sua mente ululo'... Non poteva essere  possibile! Doveva  essere 
LI'! DOVEVA!
Il soldato gemette ancora, mentre gli occhi dell'uomo si dilatavano
come quelli di un bue. "E' lui!". Si alzo' a fatica  e  si  diresse 
al tavolaccio.
- Come - tossi', per mascherare il fiatone - Come sta? -.
- Puah - borbotto' un  uomo, che  portava  una  cenciosa  e  sporca 
uniforme delle  guardie  cittadine - Cosa  puo' interessare  ad  un 
borghese? - l'uomo non stava affatto bene... Aveva una ferita molto 
brutta al petto, ma cio' che piu' lo preoccupava e' che il  soldato 
riprendesse conoscienza.
- Sono un medico - menti' - Posso  aiutarlo - tento' di  essere  il
piu' convinciente possibile.
- E' gia' passato  il  prete... Puo' solo aiutare il mio comandante 
ad andare piu' rapidamente alla tomba forse... - commento' acido il 
soldato.
- Posso salvarlo - ora la sua voce  era  ferma  e  convinta - Posso
salvarlo - ripete', quasi per convincersene anche lui.
Guardo' il comandante del soldato sgarbato, disteso sul tavolo, era
una figura longilinea, alta come lui, dal volto fiero, anche  nella
sofferenza e nella morte. i capelli biondi e lunghi  erano  sporchi
di fuliggine e sangue, come il resto della sua uniforme.
Estrasse uno stiletto.
- Morirebbe comunque - borbotto', - Quindi perche' non  tentare? -. 
Si accorse di essere contornato da  guardie, probabilmente  era  il
reparto di guardie che aveva  visto  portare  i  cannoni  verso  la 
prigione della Bastiglia, si disse che doveva essere cosi'.
Non poteva essere  altrimenti. Il  reparto  di  guardie  reali  che
aveva difeso la fortezza non contava superstiti. 
Si carico' il ferito  in spalla, ignorando il suo dolore e fece per
incamminarsi sulla scala che conduceva alle stanze.
- Ho bisogno di acqua  calda e di asciugamani puliti - anche se non 
era un medico, ad un dottore  acqua  ed  asciugamani  puliti  erano 
sempre utili. 
- Non deve partorire - obbietto' l'ostessa. Lui  si accorse di aver
fatto un errore, probabilmente la sua menzogna era  stata scoperta,
ma doveva continuare.
- Fate come vi ho detto... E portatemi anche  una  candela - questa 
richiesta era sensata, avrebbe dovuto  sterilizzare i  ferri... Non 
vi furono obiezioni.
- Dottore - uno dei soldati lo  chiamo' - La  salvi - imploro' - Il
nostro comandante non merita di  morire... - quell'uomo  non  seppe
mai quale enorme verita' aveva detto. 
- Faro'  quel  che  posso - sussurro',  pensando  alle  parole  del 
soldato.
- Dottore - chiamo' nuovamente, obbligandolo a voltarsi sulla scala 
- Quella donna ha fatto molto per noi... E' per merito suo se siamo 
ancora tutti qui... -.
Finalmente si accorse che il morbido corpo del soldato  era  quello
di una donna, e capi' finalmente il motivo  dell'estrema  rigidita'
del suo torso, avvolto in un  corsetto. Istintivamente, quasi  quel
corpo bruciasse, levo' con rapidita' la mano che  le  teneva  sulle 
natiche per  sorreggerlo. Venne  a  mancare  anche  l'appoggio  del
braccio e, sbilanciatosi eccessivamente, rovino' giu' per le scale.
- Vuole farla morire prima  del tempo! - il soldato  scortese  fece 
sentire la sua tonante voce.
Si  carico'  nuovamente   il   corpo   della  donna,  questa  volta 
prendendola in braccio e dirigendosi verso il piano superiore. 
Quando  il necessario che aveva richiesto fu portato in camera, lui
sprango' la porta, ordinando agli altri di lasciarlo solo. 
Sguaino' la spada, immediatamente dopo averla distesa sul letto.
Aveva subito una ferita mortale... Cosa  sarebbe successo  se  d'un
tratto questa ferita si fosse rimarginata  davanti agli  occhi  dei 
soldati e lei si fosse rimessa  in  piedi? Probabilmente, anche  se
l'inquisizione era terminata qualche  centinaio di  anni  addietro,
la avrebbero lo  stesso messa al rogo.  E non sarebbe morta nemmeno
in quel modo.
La lama della  sua  spada  si  poggio' sulla  gola  della  donna  e 
finalmente si alzo'. Ebbe un fremito, al pensiero di  cosa  sarebbe 
accaduto qualche istante dopo quel  gesto. Lo  aveva  provato  gia' 
altre volte, sarebbe stato un momento  di estremo  dolore, piacere, 
sofferenza, paura, felicita', gioia, praticamente l'intensita' e la 
pienezza di tutte le emozioni, concentrate in pochi secondi.
Respiro' profondamente.
- Andre' - gemette lei.
Ignoro' volutamente  il  suo  gemito.  Chiunque  fosse  Andre',  tra 
qualche istante non avrebbe significato nulla per entrambi.
La lama taglio' l'aria sibilando...
Un  rumore  di  passi  corse  su' per le scale, trambusto, vociare, 
qualche ordine che spiccava tra parole e frasi a mezzo. La porta fu
scossa da una pesante mano che bussava.
L'uomo osservo' la porta, mentre la spada  oscillava  poco  lontano 
dal collo  della  sagoma  stesa  sul letto. Questa si mosse ancora, 
gemendo.
"La ferita si sta rimagrinando", mormoro, constatando che il flusso
di sangue si era fermato, gli orli della ferita  venivano inzuppati
ora dal siero. Rimase indeciso spostando lo sguardo dal collo della
donna, alla spada, al collo, alla spada...
- Aprite! Aprite! - dal corridoio, una voce tonante gridava  questo 
ordine. La donna  al  rumore  socchiuse  gli  occhi, annebbiati dal 
dolore, ora scomparso e  dallo  shock  subito. Il suo sguardo vago' 
per il luogo sonosciuto.
- Dove... - la  voce  di  fermo' concedendosi ancora  un  lamento - 
Dove sono? - domando'.
"Bene! Ma bene! Accidenti!", l'uomo impreco' tra se, cercando delle
bende nella cesta che gli avevano portato assieme all'acqua calda.
- Aprite! Sono Girodel! Devo assolutamente vedere il capitano  Ren! 
- grido' ancora la voce.
- Girodel - la donna gemette nuovamente.
- Dannazione! - impreco' l'uomo attirando il suo sguardo.
Noto' che portava un codino, ed una barba appena accennata, portava
anche una benda sull'occhio sinistro. La figura si muoveva con  una
sicurezza, una fierezza atipica per un popolano. Ebbe un fugace  ma
errato ricordo, l'uomo non somigliava affatto al suo ricordo.
- Andre' - mormoro' nuovamente.
Lui credette che stesse ancora  vaneggiando, per  chissa' cosa, non
essendosi resa perfettamente conto di cio' che le era successo.
Le diede un paio di schiaffi leggeri, giusto per farla  tornare  in
se' quanto bastava.
- Si bendi la ferita - le odrino' in tono perentorio - Si  muova! -
aggiunse - Non abbiamo tutta la notte, milady - incalzo'.
La donna non  capi' inizialmente  cio' che  diceva, capi' solo  che 
aveva la giubba intrisa del suo sangue e  lui  le  aveva consegnato
dei bendaggi. Forse si era preso cura di lei.
- Cosa... Che giorno e'? - chiese poi. Lui rispose scocciato, dando
nuovo vigore incalzante alle sue imbeccate.
- Si muova, per Dio! Si muova! - la donna esegui' macchinalmente il
gesto che lui  le  aveva  consigliato, slacciandosi  lentamente  la 
giubba, la camicia, ed infine  la  lisieuse. Mentre  eseguiva  tali 
operazioni, lancio' alcune  occhiate  al  suo  "tutore", decise  di
chiamarlo cosi'. Le aveva volto le spalle da quando aveva slacciato 
il primo bottone della giubba. Almeno, penso', era... I suoi  occhi 
vagarono per la stanza, cercando il termine che aveva sentito usare
da un nobile russo in visita  alla  corte  di  Versaille... Almeno, 
riformulo' il pensiero, era "kulturny".
Stava cominciando a riprendere le forze, si  disse  che  era  molto 
strano, aveva perso molto sangue.
- Ha fatto? - l'uomo si volto', la donna si era fasciata stretta il
busto - La aiuto - si avvicino' mentre lei gli mostrava la schiena,
aiutandola a riallacciare il corsetto, la camicia e la giubba.
- Chi... Chi e' lei? - domando'.
- Non ha importanza - rispose forse con troppa determinazione lui.
Fece per alzarsi dal letto, ma  ricadde, colta  da  un  vertiginoso
capogiro.
- E' ancora molto  debole, ha  perso  molto  sangue - rispose  lui, 
spostando la leva che  fermava la porta, e trovandosi di fronte  un 
uomo in uniforme rossa, delle guardie reali.
- Ha bisogno  di  riposo - gli  disse, sorridendo, piu' soddisfatto
del successo della  sua menzogna che di altro. L'uomo  che  si  era 
identificato come Girodel  sbircio' dentro, trovando la persona che
cercava, distesa dul letto.
- Sta bene? Devo parlarle -.
- No - rispose lui - Non ora - e dopo questa frase chiuse la  porta
dietro di se.
- Io devo... - disse lei dopo che la porta fu chiusa - Devo parlare
con... Loro - la voce usciva ancora debole dalle labbra.
- Non e' in grado di farlo - rispose lui.
- Devo - tento' nuovamente di alzarsi e il giramento  di  testa  si 
fece  nuovamente  sentire, abbandonandola  solo  dopo  che  si  era 
ridistesa sul letto.
- Daccordo, maledizione, daccordo - disse  lui  avvicinandosi.  Lei 
emise un gridolino, quando fu presa in braccio, ma per  non cadere,
anche se avrebbe incontrato il morbido letto, intreccio' le braccia
al suo collo.
- Sta bene? - domando' lui. Ricevette un cenno di assenso e  poi la
testa si appoggio' sul petto, forse  troppo  stanca, con  gli occhi 
serrati per compensare il malessere derivato da un  nuovo giramento
di testa. Sorrise debolmente, ma non  vide  che  l'uomo ricambiava,
forse con piu' vigore.
"Che diavolo stai facendo!", una voce  lo riprese nella sua mente.
"Che ti sei messo in testa, non dei aiutarla, devi...", si arresto'
con un'epsressione perplessa in volto. Lei avrebbe  dovuto  sapere,
non poteva, non aveva il diritto di fare tutto quello  all'insaputa
della donna. Aveva il diritto di sapere cosa le  avrebbe  riservato
il futuro.

- Com'era la bouillabaisse - domando' Lady  Ren, mentre  Veleno  si
prendeva la briga di controllare che  i  bicchieri  dei  commensali 
fossero pieni, terminando la sua cortesia con un colpo di polso  in 
modo da salvare l'ultima goccia della mescita.
- Ne ho  mangiata  una  cosi' buona  solo  a  Marsiglia - commento' 
Veleno.
- Forse c'era un po' troppa cipolla - fu  la  nota  di  Rebel  Yell
- E poi... Sapeva un casino di pesce -.
- Tesoro! - lo riprese Rosita, sottovoce, mentre Veleno parlava  di
altro con Ren, forse una battuta o una piccola  stoccata, chissa' -
La bouillabaisse e' una zuppa di  pesce - si  permise  un  risolino 
divertito, osservando il volto del giovane che si  tinse  di un bel 
rosso ciliegia, per poi tossicchiare con fare imbarazzato. 
Veleno scosto' un gomito di Ren, allungando la mano per prendere un
massiccio posacenere in cristallo, mentre con l'altra mano scuoteva
il pacchetto di sigarette, estraendone una ed accartocciandolo.
- Quando lo hai comprato? - chiese lei incuriosita.
- Che sei mia madre? - rispose lui, mentre avvicinava la fiamma del
suo  zippo  alla  punta  della  sigaretta, arroventandola. Lei  gli 
rispose con una gomitata, che prima  del  suo  braccio incontro' il
bicchiere panciuto dell'acqua, rovesciandoglielo addosso.
"Okay",  penso', inventariando  i  danni, che  ammontavano  ad  una 
scarpa bagnata ed a un polsino della giacca  schizzato, "Questa  me
la sono meritata". Rimise in  piedi  il  bicchiere, mormorando  una
flebile scusa.
La  notte  era  iniziata,  come  testimoniava  l'illuminaizone  del 
giardino, assieme al canto dei grilli e  di  qualche  tortorella in
ritardo dal tramonto.

L'odore pungente dell'erba bagnata non turbava minimamente il suono
monotono dei grilli, che albergavano in  quel  grande  prato. Nelle
ombre della notte, una sagoma squadrata segnava la presenza di  una
casa padronale, forse occupata a quanto testimoniavano  i  bagliori 
di un fuoco al pianterreno.  Si  mosse  silenziosamente  nell'erba,
tenendo stretto a se un involto, quasi a proteggerlo dal  freddo  e 
dall'umidita'. La terra sotto le suole dei suoi stivali si  piegava
morbidamente al suo passo, assieme all'erbagiovane, rendendo ancora 
piu intenso l'odore del sottobosco.
Si appiatti' contro un'angolo della casa, muovendosi flessuosamente
per  infilarsi  in  un  riquadro  piu' scuro,  che  rendeva  palese 
l'esistenza di una porta.
L'oscurita' era meno pronunciata all'interno e lui si  senti' quasi
vulnerabile. La notte, il buio, le ombre, da sempre  suoi  preziosi
alleati, lo stavano abbandonando. Inspiegabilmente  si  senti' allo
scoperto. Il caminetto  bruciava  legna  secca, nel  grande  salone 
della  casa,  conferendo  all'ambiente  una  atmosfera  mistica   e 
romantica, fatta di sfumature gialle, vermiglie e arancio.
Si mosse dall'ingresso verso il centro del salone, o almeno  questo
era il suo intento, prima che  un'asse  di  legno  incontrasse, con 
l'entusiasmo  di  una  palla  di  cannone,  il  suo   volto.  Cadde 
all'indietro, lasciando la presa sull'involto.
- Oh - disse una voce di donna - Scusami! Non credevo fossi tu... -
lo aiuto' a rialzarsi - Avevo paura che  fossero  dei  ladri. Ti ho
fatto molto male? - chiese apprensiva.
"Gia', cosa  vuoi! Di  notte, chissa' quante  fate  turchine, nani, 
licantropi, briganti, o altre terribili creature girano  in  questa  
tenuta", si astenne dal dirlo ad alta voce.
-  No  - rispose  lui,  tenendo  una  mano  davanti  alla  bocca  e 
domandandosi quanti denti avrebbe ritrovato nel  suo  palmo  se  la 
avesse levata - Ho portato del cibo ed alcuni vestiti  di ricambio,
sono da uomo - lei annui', approvando la sua scelta.
- Ho cercato in casa, ma e' stata saccheggiata  piu' di  una  volta 
credo - lui si  guardo' attorno, constatando  che  la  donna  aveva 
ragione. Tende strappate, arazzi mezzi dilaniati, mobili rovesciati
e chissa' cos'altro ancora.
- Vado a prendere altra legna - la avverti', mentre  incominciava a
cambiarsi. Quando fu di ritorno lei indossava abiti puliti, i  suoi
abiti puliti.
Mangiarono in silenzio, bevendo del Borgogna, senza esagerare.
- Non ti ho ancora ringraziato - esordi' lei, alla fine del frugale
pasto, versando ad entrambi un calice di vino, appena stappato. Lui
prese subito il bicchiere, e ne bevve un lungo sorso, era stata una
giornata piuttosto laboriosa.
- Oh... Accidenti, non me ne ero accorta, mi e' scivolato dentro il
tappo - una fontana vermiglia  eruppe  dalla  bocca  dell'uomo, che 
incomincio' a masticare a vuoto, cavandosi  fuori  dalla  bocca  un
discreto frammento di sughero, delle dimensioni di una falange.
- Che fortuna - disse dopo il primo sorso - Pare che  il  tappo sia 
rimasto nella bottiglia - lui le scocco' un'occhiata colma del piu'
palese disappunto, ma lei stava osservando il fuoco, e non  il  suo
volto - Il vino non e' affatto rovinato - c'era della felicita' nel
tono di voce.
- Non disturbarti - lui rispose all'affermazione fatta  poco prima,
"Anzi, non ringraziarmi nemmeno, ieri notte stavo per  ammazzarti",
aggiunse dentro di se.
- Non so nemmeno il tuo nome - finalmente si  volto' nuovamente  in
sua direzione. Il fuoco aveva un fascino ipnotico e soporifero...
- Veleno - rispose lui.
- Ren Thonna de Versailles - si strinsero la mano. Poco dopo i  due
erano rannicchiati sotto una pesante coperta  di  flanella, accanto 
al fuoco.
- Sei veramente un bravo  medico - sostenne  lei, accarezzandosi la 
fasciatura, le aveva portato anche bende pulite, si era chiesta  in
che modo era riuscito a trovarle.
- Non sono un medico - le svelo' - Questa tua prodigiosa guarigione
non e' solo merito mio - rispose lui, osservando il fuoco.
- Cosa vuoi  dire? - Veleno  pianto' i  suoi  occhi  neri  come  il 
carbone nel volto della donna, con il baluginare delle  fiamme  del
fuoco nel camino le sue pupille parevano ardere di un fuoco arcano.
- C'e' una cosa molto importante che devi sapere - disse dopo poco,
spostandosi  per  mettersi  piu' comodo.  Non  ci  sarebbero  stati 
problemi per la notte, quella era una coperta molto grande, tutti e
due potevano  convivere tranquillamente  l'uno  con  l'altro  senza 
essere vicini piu' del dovuto, e cio' almeno per quanto  riguardava
Veleno, era bene. 
Lady Ren osservava il fuoco, con occhi inespressivi e vacui.
- No, non e' un sogno, se te lo stai chiedendo... - la sua voce  la
riscosse da quello stato di torpore dato piu' che dal  fuoco  dalle
parole che avevano saturato l'aria  di quella sala, rendendola acre
e perniciosa, ma forse era solo il camino che non aveva un tiraggio
ottimale... Chissa' come mai pero' lei imputava questa sensazione a
quell'uomo che la  osservava  da  qualche  passo, con  uno  sguardo
inespressivo, o forse troppo affranto perche' lei potesse notarlo.
- E... - non riusci' a finire la frase. Era troppo ed era  accaduto
troppo in fretta... No... Non riusciva a sopportarlo.
Veleno vide gli occhi della donna divenire acquosi. Fece  un  passo 
verso di  lei, domandandosi  cosa  stesse  facendo... Voleva  forse
darle un po' di conforto? Lui... Lui che  la  notte prima l'avrebbe
uccisa  senza  pensarci. Si  arresto', pensando  quanta   autorita'
avesse per eseguire un gesto di quel genere.
Fu lei a risolvere il tutto, gettandosi su  di  lui, nascondendo il
viso nel suo petto con troppo vigore forse, tant'e' che  caddero  a
terra, lei protetta dal corpo di Veleno, lui  protetto  da  un  bel
nulla, dando una sonora capocciata ad un ceppo lasciato li'.
- Ahia - si massaggio' la nuca, sulla quale  stava  gia' formandosi 
una dolorosa escrescenza.
- Scusami - lei si rialzo' - Non volevo... Insomma -.
- Non c'e' problema - "Mi stavo aprendo la testa come una  noce  di
cocco, ma non c'e' problema... Hmmm... Questo colpo in testa  credo
mi abbia causato seri danni...".
- E  perche' tu  mi  hai... Aiutato? - fu  la  domanda  successiva,
osservando da una finestra divelta, forse da un fattore  invidioso,
il lattiginoso disco lunare.
- Perche' sono stato il primo  che  hai  incontrato - rispose  lui,
affiancandosi - Perche' deve essere cosi'... - aggiunse poi in tono
fatalista.
- Avresti potuto uccidermi - "Oh! Dio solo sa se non ci ho provato,
ma mi e' andata male a quanto pare". Lei lo stava osservando  e  si
rese conto di quanto fosse intelligiente. Aveva compreso il  motivo
per cui in quella camera di locanda lui era li', da solo, con lei.

- Era tutto squisito - commento' Rosita, con un sorriso radioso.
- Gia' - ammise Veleno - Non mangiavo cosi' bene da giorni -. 
Ren si dimostro lusingata, con un timido sorriso, mentre si  alzava
con calma.
- Caffe? - non rifiuto' nessuno, ma fu  fermata  poco  prima  della
porta finestra che dava nella salone, dalla voce di Rosita.
- Stai ferma - le intimo' - Tu hai preparato tutta  la cena, lascia
che almeno il caffe' lo  faccia qualcun'altro - lancio' un'occhiata
decisa a Rebel.
- Ti aiuto - rispose allo sguardo della donna. Nei minuti seguenti,
i quattro si prodigarono a sparecchiare la tavola, lasciandovi solo
i bicchieri e dei cucchiaini da caffe'. Poco dopo, al centro  della
tavola apparve un servizio da  caffe' molto  antico. La zuccheriera
in argento era opaca, nonostante la cura nel preservarla, i  lunghi 
anni che aveva conosciuto avevano lasciato un impietoso  segno  sul
suo smalto. Approssimativamente aveva piu' di un centinaio di anni,
si disse lui, stimandolo.
Veleno si guardo' attorno e decise che non era  necessario  che  si
alzasse dal tavolo, per aiutare gli altri a  portare  il  caffe' in
tavola. Non era una decisione dettata dalla pigrizia, ma bensi' dal
"principio di funzionalita' di una  cucina  standard", che  sanciva
il criterio di "comodo uso multiplo" di  una  cucina, limitando  il
numero degli occupanti ad un valore minore  a  tre, poiche' gia' in
tre una cucina standard diventava piuttosto complicata da gestire.
Decise che poteva concedersi una sigaretta prima del caffe'.
- Qualcosa assieme al caffe'? - domando' Ren, sedendosi.
- No, magari dopo, chissa', un bicchiere di grappa, o  del  Porto -
le offri' un sorriso, non si sentiva cosi' rilassato da tempo.
- Finalmente  ti  vedo  sorridere - ricambio'  con  una espressione 
felice - Da quando non lo facevi? - domando'.
- Da troppo - commento'  tornando  ad  assumere  il  tono  di  voce 
distaccato che lo contraddistingueva. 
- E' bello vederti cosi' rilassato - lui si chiese se quello era un
complimento o che altro.
- Si', e' bello - ammise - E non mi accade spesso di questi tempi -
continuo'.
"Perche' quando parli cosi' sembra tanto che tu stia parlando di un
estraneo?", si chiese la donna, "Perche' vuoi rimanere  estraneo  a
te stesso, perche'?", sin da quando lo aveva conosciuto  non  aveva 
mai compreso il perche' quell'uomo  avesse  avuto  la  capacita' di 
trattare se' stesso piu' severamente di quanto trattava gli altri e
con la stessa se non maggiore obbiettivita'.
- Un franco per i tuoi pensieri - le disse, battendole  leggermente 
sulla spalla. Lei sorrise.
- Stavo pensando che risposta mi avresti dato... Allora, hai  preso
in considerazione la mia proposta? - Veleno spense la sigaretta nel
posacenere con misurata flemma, mentre si accigliava  e  faceva  un
profondo respiro. Per temporeggiare ancora si stiracchio'.
- Sai come sono fatto, vero Ren? - lei annui'.
- Lo so, ma  avevi  detto  che  ci  avresti  pensato, me  lo  avevi 
promesso - rispose lei, scura in volto.
- Mantengo sempre le mie promesse - la rincuoro' lui.
Tempo addietro, Lady Ren, aveva proposto a Veleno di entrare a fare 
parte di un gruppo che si chiamava Ve.No.Ba. SRT, a quanto sembrava
pure CB e Rebel Yell facevano parte di quell'assocoiazione, assieme
ad altre persone. Non era certo un gruppo armato, o meglio  non  lo 
era spesso, non sia mai che un gruppo con CB dentro non sia armato.
- Ren, io lavoro... - lei pose un indice sulle sue labbra.
In un fugace istante di frivolezza, lui si permise  di  considerare  
quanto l'unghia di questo dito fosse  abilmente  curata. Sposto' di
nuovo lo sguardo sul volto della donna, tornando a  considerare  la
proposta.
- Non voglio sentire obiezioni, me le hai  gia' esposte... Non  sei
obbligato - sorrise ancora, quasi a voler rafforzare le sue  parole
con quell'espressione.
Nel passato piu' recente, Veleno aveva preso parte ad incarichi che
implicavano il lavoro in gruppo. Non si era mai trovato  a  disagio 
in tali ambienti, ma i suoi incarichi avevano sempre comportato una
azioni solitarie, anche se parte di disegni molto articolati. 
Anche nella collaborazione che lo aveva visto affiancato  a TheGIO,
in un'organizzazione di cui anche i piu' alti  vertici  del  potere 
reputavano  mai  esistita,  non  aveva  mai  avuto  incarichi   che 
richiedevano la presenza di grandi  squadre. Era  sempre  stato  la 
vipera, che strisciava davanti ai  compagni, con  un  binocolo, una
.45/.22 silenziata, un coltello Ka Bar ed una carabina CAR-15. Se i 
fattori esterni lo avevano richiesto alle volte aveva anche portato
degli intensificatori  di  luminosita', quegli  occhialoni  che  ti 
facevano sembrare un extraterrestre e che tingevano  la  realta' di 
verde. Non lavorava spesso in gruppo, lavorava con  se  stesso, con
i suoi conflitti e le sue paure, con  le  ombre  e  l'oscurita' che
cercava ed in  cui  trovava  sia  una  protezione  che  una  facile 
posizione d'attacco e una discreta quantita' di fattore sorpresa.
Si avvicinava ai bersagli in silenzio, li avvistava, avvertiva  chi 
di dovere e se necessario entrava in azione, eliminando.
Era un lavoro facile dopotutto, non conoscevi chi dovevi  uccidere,
lo facevi, considerandolo quanto un sacco di patate o una cartaccia
che non merita nemmeno l'attenzione che le dedichi se  il  vento la
fa  volteggiare  nell'aria. Non  spettava  a  lui  decidere  se  il 
bersaglio era degno o meno di morire, qualcuno aveva deciso  che lo 
era e cio' gli bastava, lo pagavano solo per farlo, in silenzio, in
incognito, senza farsi beccare. Era un  lavoro  da  sicari, ma  lui
si considerava piu' di un sicario. Il sicario uccideva  e basta, in 
qualsiasi modo, al contrario, la maestria stava nella  maniera  con 
cui l'operazione veniva condotta a termine. Essere un'ombra tra  le 
ombre faceva sempre buon pro per lui e per gli altri, nessuno  dava
grande importanza alle ombre, nessuno se ne curava piu' del dovuto.
- Daccordo - ammise Veleno - Se accetti le mie  condizioni, non  ho
alcun problema -.
- Che strano - rise - Ma le condizioni non avrei dovuto porle io? -
Ren lo stava chiaramente prendendo in giro.
- E' tutta una questione di forza, amica mia - commento', mentre il
suo pollice e l'indice della mano destra facevano presa sul  filtro 
della sigaretta schiacciandola nel posacenere - E  di  accettare  o 
meno le condizioni poste  dalla  parte  avversa... Vedilo  come  un 
contratto -.
- Non mi piace vederlo  come  un  contratto - la  voce  tradiva una 
moderata indignazione, forse, si domando' lui, aveva dosato male le
parole - Siamo amici, ci scambiamo favori, non stipuliamo contratti 
- tocco' a Veleno ridere.
- Credi forse che l'amicizia  non  sia  riducibile  ad  un semplice 
rapporto commerciale? - lo sguardo della sua osservatrice  si  fece
piu' scuro - Tu sei amica di chi ricambia la tua  amicizia, non  di 
chi se ne frega, giusto? Lo fai per ottenere qualcosa, anche con lo
scambio di favori ottieni una controparte, fatta di moneta  su  cui 
il rapporto di amicizia si basa, la fiducia... -.
- I tuoi discorsi impegnati alle volte mi fanno venire mal di testa
lo sai? - domando', ad occhi chiusi, tentando di rielaborare  tutto
cio' che lui le aveva detto.
- Che vuoi farci, ogni tanto devo aprire la bocca per  fare  uscire 
uno dei miei bislacchi pensieri -.
- Quale sarebbe allora la tua controparte, il  tuo  guadagno  nella
mia proposta? - ora piu' che arrabbiata per il tono  esageratamente
accademico che lui aveva usato per descrivere  il rapporto  che  li 
legava, era curiosa, voleva avere delle risposte.
- Oh, devo ancora decidere, credo che  si  comporra' di  fiducia  e 
divertimento, ma chissa', ci sono tanti tipi di  ricompense... - le
scocco' un'occhiata assassina.
- Ehi! - ebbe la voglia di schiaffeggiarlo, ma poi rise  di  gusto,
era riuscito ancora a stuzzicarla. Non  aveva  ancora  compreso  il 
perche' quello fosse il loro gioco preferito.
- Ma cosa hai capito! - sbotto' lui, falsamente arrabbiato - Non ti
crederai mica che... - si trovo' la punta di uno stiletto contro il
pomo d'adamo.
- Cosa vorresti dire? - chiese  una  voce  minacciosa - Stai  forse 
insinuando qualcosa? - prosegui' la stessa voce. 
Veleno degluti' a fatica, con  calma, stando  bene  attento  a  non 
sfiorare con il movimento del pomo d'adamo la punta dello stiletto.
- Ma no, figurati, non volevo dire che tu non fossi abbastanza... -
degluti' nuovamente - Insomma, non avrai mica  pensato  che... - la
punta dello stiletto non si muoveva - Dai, siamo entrambi adulti  e 
maggiorenni, credi che io mi metta a fare proposte alla gente cosi'
tanto per  fare? - alla  fine  lo  stiletto  si  mosse, per  essere 
riinfoderato.
- Si' - rispose lei con falsa indifferenza - In fondo  hai ragione,
perche' prendersela, non e' accaduto mica nulla di male? -. 
- Fortuna... - sussurro' lui alla notte, trovandosi  poco  dopo  ad 
essere schiacciato da una grande scultura in marmo.
- Come fortuna! - Lady Ren respirava affannosamente, le mani ancora
poste alla base della scultura che aveva fatto piombare sull'uomo.
- Com'e' che facevi di secondo nome - giunse  una  fioca  voce  dal
basamento - Shinobu? -.
- Aaaah... Maledetto! - prese nuovamente il  basamento, utilizzando
la statua come un  grande pestello - Io  ho  molta  piu' grazia  di 
quella strega! - continuo' in quell'atto per piu' di un minuto.
- Che culo che ho - mormoro' nuovamente un qualcosa sotto  la  base 
della statua - Accidenti, quale  raffinatezza - rantolo' la  voce -
Shinobu si sarebbe limitata a tirarmela in testa una sola  volta...
Eh gia'... Queste giovani d'oggi, cosi' grezze, senza un minimo  di  
charme e fascino... - queste  furono  le  ultime  parole  prima che 
svenisse. Rinvenne solo dopo pochi  minuti, strattonato  fuori  dal 
sonno innaturale, dall'aroma di  una  tazza  di  caffe', sventolata 
appositamente sotto il suo naso.
- Tutto bene - chiese Rebel Yell, poco lontano  dal  suo  naso. Lui
grugni', se il giovane voleva qualche parola  di  risposta, avrebbe
avuto una delusione nel sapere che per ora doveva bastargli quello.
Dopo qualche minuto tutto fu dimenticato e i  quattro  discorrevano
piacevolmente davanti al caffe'.
- Ah, quasi dimenticavo - Veleno incomincio' una meticolosa ricerca
nelle tasche del suo impermeabile.
- Hai gia' finito il pacchetto? - domando' Lady Ren scandalizzata.
- No no... Ecco! - estrasse dalla tasca un oggetto azzurrognolo dai
tratti caratteristici di una  pistola, con  dei  cerchi  gialli  ad
intervalli regolari sulla canna, puntandola verso i presenti. Rebel
si getto' su Rosita facendola cadere a terra.
- Tesoro! - strillo' lei - Ti sembra questo il momento! -.
- No, accidenti - borbotto' Veleno - Questa e' una pistola sonica -
li informo' - Non stavo cercando questa - la rimise  nelle  tasche,
mentre "Rebellino" si alzava piuttosto imbarazzato.
- No, amore, io volevo... Cioe' ho  visto  la  pistola... E... - si
prodigo' balbettante in una scusa.
- E non cercare scuse... Cosa vuoi che  pensino  di  noi  i  nostri
amici poi? - lo rimprovero' lei.
- Insomma, Jerome, Rosita ha ragione - ridacchio' Vel, con il mento
poggiato sul petto, sempre impegnato nella sua ricerca.
- Oh! Finalmente! - nella mano Veleno reggeva delle  listarelle  di
carta giallognola - Sono quattro biglietti per l'opera di settimana 
prossima, I Pagliacci di Leoncavallo... C'e' pure il tenore  Enrico 
Pallazzo, sarebbe da non perdere, che  ne dite? - Rebel  e  la  sua 
compagna furono entusiasti della cosa.
- Non so - Lady Ren appariva piuttosto delusa - Forse la  settimana 
prossima non saro' in citta'... - Veleno assunse una delle sue rare
espressioni desolate.
- Mi dispiace molto, li avevo tenuti apposta -.
- Vedro' di esserci, d'accordo? - lei stento' un sorriso, come  per
testimoniare che tutto stesse andando per il meglio, ma  gli  altri
tre non riuscirono a crederle fino in fondo.
- Ma qualcuno di voi - aggiunse poi la donna - Dovra' riportarmi  a
casa, ho la yellow dal carrozziere - "Che novita'!", pensarono  gli
altri tre seduti al tavolo - E  la  macchina  che l'officina  mi ha 
dato in sostituzione sta prendendo il volo per Parigi -.
-  Nessun  problema  -  mormoro'  Veleno  -  Allora  e'  deciso, la
settimana prossima  si  va  all'opera - annuncio', ed  alzatosi  in 
piedi, con voce calda declamo': - Ridi  pagliaccio, sul  tuo  cuore 
infranto, ridi del duol che t'avvelena il  core, ma  se  Arlecchino
t'invola Colombina, ridi  pagliaccio  e  ogniuno  applaudira' - gli 
altri tre applaudirono.
- Saresti meglio di Pallazzo, perche' non ti sei dato  al  canto? -
domando' Rebel Yell, mentre Veleno tornava a sedersi.
- Per lo stesso motivo che ti ha spinto a non aprire un negozio  di
antiquariato ed arruolarti in polizia, ragazzo - rispose lui.

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