Agenzia Rockflood
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Fascicolo 23, Il caso della Match Patrol scomparsa
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Part 7 of MAXINT
La pioggia batteva implacabile sulla stradicciola lastricata in
pietra nel quartiere di Mont Martre, rivoli melmosi scorrevano
rumorosamente ai lati della strada, incanalati in piccoli
avvallamenti, appositamente praticati. In altri punti, dove le case
nascondevano con la loro ombra la strada, grondaie malandate
lasciavano scaricare in strada il gorgogliante contenuto. Alle
volte c'era una botte oramai colma ad attendere la fine della corsa
di quell'acqua piovana, ma piu' spesso non vi era nemmeno tale
premura. Tiro' piu' su' il bavero del mantello, per impedire che
l'acqua accumulata nelle scanalature della tesa del suo cappello si
incanalasse e gli scivolasse giu' per il collo, sarebbe stato molto
fastidioso, si disse.
Una fisarmonica cantava malinconica poco lontano, uscendo dalla
squinternata porta di una locanda, il cui unico sollievo era forse
la calda luminescenza procurata dal fuoco che illuminava l'ambiente
stretto e pernicioso.
Non molto lontano un'altra luce, piu' intensa, piu' grande, piu'
imponente delle altre spiccava. Probabilmente un grande fuoco, un
falo'. Il suo nero fumo saliva nel cielo, oscurando le stelle e
appestando l'aria, con il suo odore, un misto di mille odori.
Annuso' l'aria, ben sapendo cosa era accaduto, legno bruciato e
cenere si mischiavano all'odore dolciastro di carne al fuoco, ma
non veniva dalla locanda, conosceva bene la fonte di quell'odore.
Arrivo' anche l'acre della polvere da sparo, misto a quello del
sangue bruciato e di tessuti.
La Bastiglia era caduta. In quella strana ora, ancora svegli,
gruppi o meglio drappelli rivoluzionari si muovevano in citta', in
una disperata ricerca di nuovi bersagli, nuovi linciaggi, nuova
soddisfazione, forse perche' non ne avevano ottenuta abbastanza
trucidando soldati. Si era tenuto lontano dagli schiamazzi e dalle
urla. Il suo abbigliamento insolito, avrebbe potuto attirare la
loro attenzione ed aveva deciso che cio' non era "bene".
Poco prima che la sua figura giungesse davanti all'ingresso della
locanda, si fermo' di scatto, come se una forza invisibile lo
trattenesse in una morsa d'acciaio. Barcollo' per qualche istante,
mentre respirava a fatica. "Non mi abituero' mai a questa maledetta
sensazione", penso'. Si guardo' attorno con apprensione... Doveva
essere nei dintorni... Si volto' istintivamente verso l'ingresso
della locanda, dove un gruppo di persone stavano discutendo in
piedi, attorno ad un tavolo, come se su questo vi fosse un qualcosa
di inestimabile. Fece per entrare, illudendosi di avere una scusa
migliore della curiosita', pensando che nonostante tutto era da
una decina di ore che non mangiava nulla.
- La locanda e' chiusa - rispose una donna sopra la quarantina dal
volto butterato e dalla stazza imponente.
- Mi accontento di pane, formaggio e vino... - rispose lui.
Questa fece spallucce e si avvicino' al bancone, ignorandolo quasi
totalmente. Si sedette pesantemente ad un tavolo. Era vicino. Era
troppo vicino... Ansimo'. Lo sentiva... Ma se era cosi' vicino cosa
gli impediva di... Osservo' il tavolaccio dove tutti erano riuniti.
Un soldato della milizia cittadina stava presenziando al suo
appuntamento con la morte, sospiro' sconsolato, quasi invidioso di
quel poveraccio. Rantolava, si dibatteva quanto e come le sue
energie gli dessero la possibilita' di farlo, ansimava, gemeva...
La donna sbatte' con sbadataggine, forse voluta, la sua cena.
- Ecco qui - sentenzio'. "In questi giorni nessuno si degna piu' di
essere cortese, ora si sentono tutti uguali... Tutti rivoluzionari,
tutti amareggiati...", penso' l'uomo, "Non guardano in faccia piu'
nessuno, loro... Hanno vinto, loro, si sentono potenti, sicuri, e
invulnerabili... Ah... Gli uomini, sono cosi' deboli a volte...".
Sospiro' ancora, piu' per il malessere che per lo sconforto,
mentre addentava il pane e si versava del vino.
"Su quel tavolo c'e' il vostro piu' grande scorno, la morte, su
quel tavolo c'e' un uomo che sta ricordandovi che per quanto voi
possiate fare, per quante rivoluzioni voi possiate fare, per quanti
sterminii, per quanti assasinii per quanta distruzione voi possiate
portare, non potrete mai sfuggire alla crudele legge della natura".
Si maledi' per cio' che stava pensando, non doveva distrarsi...
Stava incominciando a sudare freddo... Non poteva essere altrove,
doveva essere li', in quella stanza. Seziono' con sguardo attento e
glaciale tutti i presenti... Nessuno accusava i suoi sintomi...
La sua mente ululo'... Non poteva essere possibile! Doveva essere
LI'! DOVEVA!
Il soldato gemette ancora, mentre gli occhi dell'uomo si dilatavano
come quelli di un bue. "E' lui!". Si alzo' a fatica e si diresse
al tavolaccio.
- Come - tossi', per mascherare il fiatone - Come sta? -.
- Puah - borbotto' un uomo, che portava una cenciosa e sporca
uniforme delle guardie cittadine - Cosa puo' interessare ad un
borghese? - l'uomo non stava affatto bene... Aveva una ferita molto
brutta al petto, ma cio' che piu' lo preoccupava e' che il soldato
riprendesse conoscienza.
- Sono un medico - menti' - Posso aiutarlo - tento' di essere il
piu' convinciente possibile.
- E' gia' passato il prete... Puo' solo aiutare il mio comandante
ad andare piu' rapidamente alla tomba forse... - commento' acido il
soldato.
- Posso salvarlo - ora la sua voce era ferma e convinta - Posso
salvarlo - ripete', quasi per convincersene anche lui.
Guardo' il comandante del soldato sgarbato, disteso sul tavolo, era
una figura longilinea, alta come lui, dal volto fiero, anche nella
sofferenza e nella morte. i capelli biondi e lunghi erano sporchi
di fuliggine e sangue, come il resto della sua uniforme.
Estrasse uno stiletto.
- Morirebbe comunque - borbotto', - Quindi perche' non tentare? -.
Si accorse di essere contornato da guardie, probabilmente era il
reparto di guardie che aveva visto portare i cannoni verso la
prigione della Bastiglia, si disse che doveva essere cosi'.
Non poteva essere altrimenti. Il reparto di guardie reali che
aveva difeso la fortezza non contava superstiti.
Si carico' il ferito in spalla, ignorando il suo dolore e fece per
incamminarsi sulla scala che conduceva alle stanze.
- Ho bisogno di acqua calda e di asciugamani puliti - anche se non
era un medico, ad un dottore acqua ed asciugamani puliti erano
sempre utili.
- Non deve partorire - obbietto' l'ostessa. Lui si accorse di aver
fatto un errore, probabilmente la sua menzogna era stata scoperta,
ma doveva continuare.
- Fate come vi ho detto... E portatemi anche una candela - questa
richiesta era sensata, avrebbe dovuto sterilizzare i ferri... Non
vi furono obiezioni.
- Dottore - uno dei soldati lo chiamo' - La salvi - imploro' - Il
nostro comandante non merita di morire... - quell'uomo non seppe
mai quale enorme verita' aveva detto.
- Faro' quel che posso - sussurro', pensando alle parole del
soldato.
- Dottore - chiamo' nuovamente, obbligandolo a voltarsi sulla scala
- Quella donna ha fatto molto per noi... E' per merito suo se siamo
ancora tutti qui... -.
Finalmente si accorse che il morbido corpo del soldato era quello
di una donna, e capi' finalmente il motivo dell'estrema rigidita'
del suo torso, avvolto in un corsetto. Istintivamente, quasi quel
corpo bruciasse, levo' con rapidita' la mano che le teneva sulle
natiche per sorreggerlo. Venne a mancare anche l'appoggio del
braccio e, sbilanciatosi eccessivamente, rovino' giu' per le scale.
- Vuole farla morire prima del tempo! - il soldato scortese fece
sentire la sua tonante voce.
Si carico' nuovamente il corpo della donna, questa volta
prendendola in braccio e dirigendosi verso il piano superiore.
Quando il necessario che aveva richiesto fu portato in camera, lui
sprango' la porta, ordinando agli altri di lasciarlo solo.
Sguaino' la spada, immediatamente dopo averla distesa sul letto.
Aveva subito una ferita mortale... Cosa sarebbe successo se d'un
tratto questa ferita si fosse rimarginata davanti agli occhi dei
soldati e lei si fosse rimessa in piedi? Probabilmente, anche se
l'inquisizione era terminata qualche centinaio di anni addietro,
la avrebbero lo stesso messa al rogo. E non sarebbe morta nemmeno
in quel modo.
La lama della sua spada si poggio' sulla gola della donna e
finalmente si alzo'. Ebbe un fremito, al pensiero di cosa sarebbe
accaduto qualche istante dopo quel gesto. Lo aveva provato gia'
altre volte, sarebbe stato un momento di estremo dolore, piacere,
sofferenza, paura, felicita', gioia, praticamente l'intensita' e la
pienezza di tutte le emozioni, concentrate in pochi secondi.
Respiro' profondamente.
- Andre' - gemette lei.
Ignoro' volutamente il suo gemito. Chiunque fosse Andre', tra
qualche istante non avrebbe significato nulla per entrambi.
La lama taglio' l'aria sibilando...
Un rumore di passi corse su' per le scale, trambusto, vociare,
qualche ordine che spiccava tra parole e frasi a mezzo. La porta fu
scossa da una pesante mano che bussava.
L'uomo osservo' la porta, mentre la spada oscillava poco lontano
dal collo della sagoma stesa sul letto. Questa si mosse ancora,
gemendo.
"La ferita si sta rimagrinando", mormoro, constatando che il flusso
di sangue si era fermato, gli orli della ferita venivano inzuppati
ora dal siero. Rimase indeciso spostando lo sguardo dal collo della
donna, alla spada, al collo, alla spada...
- Aprite! Aprite! - dal corridoio, una voce tonante gridava questo
ordine. La donna al rumore socchiuse gli occhi, annebbiati dal
dolore, ora scomparso e dallo shock subito. Il suo sguardo vago'
per il luogo sonosciuto.
- Dove... - la voce di fermo' concedendosi ancora un lamento -
Dove sono? - domando'.
"Bene! Ma bene! Accidenti!", l'uomo impreco' tra se, cercando delle
bende nella cesta che gli avevano portato assieme all'acqua calda.
- Aprite! Sono Girodel! Devo assolutamente vedere il capitano Ren!
- grido' ancora la voce.
- Girodel - la donna gemette nuovamente.
- Dannazione! - impreco' l'uomo attirando il suo sguardo.
Noto' che portava un codino, ed una barba appena accennata, portava
anche una benda sull'occhio sinistro. La figura si muoveva con una
sicurezza, una fierezza atipica per un popolano. Ebbe un fugace ma
errato ricordo, l'uomo non somigliava affatto al suo ricordo.
- Andre' - mormoro' nuovamente.
Lui credette che stesse ancora vaneggiando, per chissa' cosa, non
essendosi resa perfettamente conto di cio' che le era successo.
Le diede un paio di schiaffi leggeri, giusto per farla tornare in
se' quanto bastava.
- Si bendi la ferita - le odrino' in tono perentorio - Si muova! -
aggiunse - Non abbiamo tutta la notte, milady - incalzo'.
La donna non capi' inizialmente cio' che diceva, capi' solo che
aveva la giubba intrisa del suo sangue e lui le aveva consegnato
dei bendaggi. Forse si era preso cura di lei.
- Cosa... Che giorno e'? - chiese poi. Lui rispose scocciato, dando
nuovo vigore incalzante alle sue imbeccate.
- Si muova, per Dio! Si muova! - la donna esegui' macchinalmente il
gesto che lui le aveva consigliato, slacciandosi lentamente la
giubba, la camicia, ed infine la lisieuse. Mentre eseguiva tali
operazioni, lancio' alcune occhiate al suo "tutore", decise di
chiamarlo cosi'. Le aveva volto le spalle da quando aveva slacciato
il primo bottone della giubba. Almeno, penso', era... I suoi occhi
vagarono per la stanza, cercando il termine che aveva sentito usare
da un nobile russo in visita alla corte di Versaille... Almeno,
riformulo' il pensiero, era "kulturny".
Stava cominciando a riprendere le forze, si disse che era molto
strano, aveva perso molto sangue.
- Ha fatto? - l'uomo si volto', la donna si era fasciata stretta il
busto - La aiuto - si avvicino' mentre lei gli mostrava la schiena,
aiutandola a riallacciare il corsetto, la camicia e la giubba.
- Chi... Chi e' lei? - domando'.
- Non ha importanza - rispose forse con troppa determinazione lui.
Fece per alzarsi dal letto, ma ricadde, colta da un vertiginoso
capogiro.
- E' ancora molto debole, ha perso molto sangue - rispose lui,
spostando la leva che fermava la porta, e trovandosi di fronte un
uomo in uniforme rossa, delle guardie reali.
- Ha bisogno di riposo - gli disse, sorridendo, piu' soddisfatto
del successo della sua menzogna che di altro. L'uomo che si era
identificato come Girodel sbircio' dentro, trovando la persona che
cercava, distesa dul letto.
- Sta bene? Devo parlarle -.
- No - rispose lui - Non ora - e dopo questa frase chiuse la porta
dietro di se.
- Io devo... - disse lei dopo che la porta fu chiusa - Devo parlare
con... Loro - la voce usciva ancora debole dalle labbra.
- Non e' in grado di farlo - rispose lui.
- Devo - tento' nuovamente di alzarsi e il giramento di testa si
fece nuovamente sentire, abbandonandola solo dopo che si era
ridistesa sul letto.
- Daccordo, maledizione, daccordo - disse lui avvicinandosi. Lei
emise un gridolino, quando fu presa in braccio, ma per non cadere,
anche se avrebbe incontrato il morbido letto, intreccio' le braccia
al suo collo.
- Sta bene? - domando' lui. Ricevette un cenno di assenso e poi la
testa si appoggio' sul petto, forse troppo stanca, con gli occhi
serrati per compensare il malessere derivato da un nuovo giramento
di testa. Sorrise debolmente, ma non vide che l'uomo ricambiava,
forse con piu' vigore.
"Che diavolo stai facendo!", una voce lo riprese nella sua mente.
"Che ti sei messo in testa, non dei aiutarla, devi...", si arresto'
con un'epsressione perplessa in volto. Lei avrebbe dovuto sapere,
non poteva, non aveva il diritto di fare tutto quello all'insaputa
della donna. Aveva il diritto di sapere cosa le avrebbe riservato
il futuro.
- Com'era la bouillabaisse - domando' Lady Ren, mentre Veleno si
prendeva la briga di controllare che i bicchieri dei commensali
fossero pieni, terminando la sua cortesia con un colpo di polso in
modo da salvare l'ultima goccia della mescita.
- Ne ho mangiata una cosi' buona solo a Marsiglia - commento'
Veleno.
- Forse c'era un po' troppa cipolla - fu la nota di Rebel Yell
- E poi... Sapeva un casino di pesce -.
- Tesoro! - lo riprese Rosita, sottovoce, mentre Veleno parlava di
altro con Ren, forse una battuta o una piccola stoccata, chissa' -
La bouillabaisse e' una zuppa di pesce - si permise un risolino
divertito, osservando il volto del giovane che si tinse di un bel
rosso ciliegia, per poi tossicchiare con fare imbarazzato.
Veleno scosto' un gomito di Ren, allungando la mano per prendere un
massiccio posacenere in cristallo, mentre con l'altra mano scuoteva
il pacchetto di sigarette, estraendone una ed accartocciandolo.
- Quando lo hai comprato? - chiese lei incuriosita.
- Che sei mia madre? - rispose lui, mentre avvicinava la fiamma del
suo zippo alla punta della sigaretta, arroventandola. Lei gli
rispose con una gomitata, che prima del suo braccio incontro' il
bicchiere panciuto dell'acqua, rovesciandoglielo addosso.
"Okay", penso', inventariando i danni, che ammontavano ad una
scarpa bagnata ed a un polsino della giacca schizzato, "Questa me
la sono meritata". Rimise in piedi il bicchiere, mormorando una
flebile scusa.
La notte era iniziata, come testimoniava l'illuminaizone del
giardino, assieme al canto dei grilli e di qualche tortorella in
ritardo dal tramonto.
L'odore pungente dell'erba bagnata non turbava minimamente il suono
monotono dei grilli, che albergavano in quel grande prato. Nelle
ombre della notte, una sagoma squadrata segnava la presenza di una
casa padronale, forse occupata a quanto testimoniavano i bagliori
di un fuoco al pianterreno. Si mosse silenziosamente nell'erba,
tenendo stretto a se un involto, quasi a proteggerlo dal freddo e
dall'umidita'. La terra sotto le suole dei suoi stivali si piegava
morbidamente al suo passo, assieme all'erbagiovane, rendendo ancora
piu intenso l'odore del sottobosco.
Si appiatti' contro un'angolo della casa, muovendosi flessuosamente
per infilarsi in un riquadro piu' scuro, che rendeva palese
l'esistenza di una porta.
L'oscurita' era meno pronunciata all'interno e lui si senti' quasi
vulnerabile. La notte, il buio, le ombre, da sempre suoi preziosi
alleati, lo stavano abbandonando. Inspiegabilmente si senti' allo
scoperto. Il caminetto bruciava legna secca, nel grande salone
della casa, conferendo all'ambiente una atmosfera mistica e
romantica, fatta di sfumature gialle, vermiglie e arancio.
Si mosse dall'ingresso verso il centro del salone, o almeno questo
era il suo intento, prima che un'asse di legno incontrasse, con
l'entusiasmo di una palla di cannone, il suo volto. Cadde
all'indietro, lasciando la presa sull'involto.
- Oh - disse una voce di donna - Scusami! Non credevo fossi tu... -
lo aiuto' a rialzarsi - Avevo paura che fossero dei ladri. Ti ho
fatto molto male? - chiese apprensiva.
"Gia', cosa vuoi! Di notte, chissa' quante fate turchine, nani,
licantropi, briganti, o altre terribili creature girano in questa
tenuta", si astenne dal dirlo ad alta voce.
- No - rispose lui, tenendo una mano davanti alla bocca e
domandandosi quanti denti avrebbe ritrovato nel suo palmo se la
avesse levata - Ho portato del cibo ed alcuni vestiti di ricambio,
sono da uomo - lei annui', approvando la sua scelta.
- Ho cercato in casa, ma e' stata saccheggiata piu' di una volta
credo - lui si guardo' attorno, constatando che la donna aveva
ragione. Tende strappate, arazzi mezzi dilaniati, mobili rovesciati
e chissa' cos'altro ancora.
- Vado a prendere altra legna - la avverti', mentre incominciava a
cambiarsi. Quando fu di ritorno lei indossava abiti puliti, i suoi
abiti puliti.
Mangiarono in silenzio, bevendo del Borgogna, senza esagerare.
- Non ti ho ancora ringraziato - esordi' lei, alla fine del frugale
pasto, versando ad entrambi un calice di vino, appena stappato. Lui
prese subito il bicchiere, e ne bevve un lungo sorso, era stata una
giornata piuttosto laboriosa.
- Oh... Accidenti, non me ne ero accorta, mi e' scivolato dentro il
tappo - una fontana vermiglia eruppe dalla bocca dell'uomo, che
incomincio' a masticare a vuoto, cavandosi fuori dalla bocca un
discreto frammento di sughero, delle dimensioni di una falange.
- Che fortuna - disse dopo il primo sorso - Pare che il tappo sia
rimasto nella bottiglia - lui le scocco' un'occhiata colma del piu'
palese disappunto, ma lei stava osservando il fuoco, e non il suo
volto - Il vino non e' affatto rovinato - c'era della felicita' nel
tono di voce.
- Non disturbarti - lui rispose all'affermazione fatta poco prima,
"Anzi, non ringraziarmi nemmeno, ieri notte stavo per ammazzarti",
aggiunse dentro di se.
- Non so nemmeno il tuo nome - finalmente si volto' nuovamente in
sua direzione. Il fuoco aveva un fascino ipnotico e soporifero...
- Veleno - rispose lui.
- Ren Thonna de Versailles - si strinsero la mano. Poco dopo i due
erano rannicchiati sotto una pesante coperta di flanella, accanto
al fuoco.
- Sei veramente un bravo medico - sostenne lei, accarezzandosi la
fasciatura, le aveva portato anche bende pulite, si era chiesta in
che modo era riuscito a trovarle.
- Non sono un medico - le svelo' - Questa tua prodigiosa guarigione
non e' solo merito mio - rispose lui, osservando il fuoco.
- Cosa vuoi dire? - Veleno pianto' i suoi occhi neri come il
carbone nel volto della donna, con il baluginare delle fiamme del
fuoco nel camino le sue pupille parevano ardere di un fuoco arcano.
- C'e' una cosa molto importante che devi sapere - disse dopo poco,
spostandosi per mettersi piu' comodo. Non ci sarebbero stati
problemi per la notte, quella era una coperta molto grande, tutti e
due potevano convivere tranquillamente l'uno con l'altro senza
essere vicini piu' del dovuto, e cio' almeno per quanto riguardava
Veleno, era bene.
Lady Ren osservava il fuoco, con occhi inespressivi e vacui.
- No, non e' un sogno, se te lo stai chiedendo... - la sua voce la
riscosse da quello stato di torpore dato piu' che dal fuoco dalle
parole che avevano saturato l'aria di quella sala, rendendola acre
e perniciosa, ma forse era solo il camino che non aveva un tiraggio
ottimale... Chissa' come mai pero' lei imputava questa sensazione a
quell'uomo che la osservava da qualche passo, con uno sguardo
inespressivo, o forse troppo affranto perche' lei potesse notarlo.
- E... - non riusci' a finire la frase. Era troppo ed era accaduto
troppo in fretta... No... Non riusciva a sopportarlo.
Veleno vide gli occhi della donna divenire acquosi. Fece un passo
verso di lei, domandandosi cosa stesse facendo... Voleva forse
darle un po' di conforto? Lui... Lui che la notte prima l'avrebbe
uccisa senza pensarci. Si arresto', pensando quanta autorita'
avesse per eseguire un gesto di quel genere.
Fu lei a risolvere il tutto, gettandosi su di lui, nascondendo il
viso nel suo petto con troppo vigore forse, tant'e' che caddero a
terra, lei protetta dal corpo di Veleno, lui protetto da un bel
nulla, dando una sonora capocciata ad un ceppo lasciato li'.
- Ahia - si massaggio' la nuca, sulla quale stava gia' formandosi
una dolorosa escrescenza.
- Scusami - lei si rialzo' - Non volevo... Insomma -.
- Non c'e' problema - "Mi stavo aprendo la testa come una noce di
cocco, ma non c'e' problema... Hmmm... Questo colpo in testa credo
mi abbia causato seri danni...".
- E perche' tu mi hai... Aiutato? - fu la domanda successiva,
osservando da una finestra divelta, forse da un fattore invidioso,
il lattiginoso disco lunare.
- Perche' sono stato il primo che hai incontrato - rispose lui,
affiancandosi - Perche' deve essere cosi'... - aggiunse poi in tono
fatalista.
- Avresti potuto uccidermi - "Oh! Dio solo sa se non ci ho provato,
ma mi e' andata male a quanto pare". Lei lo stava osservando e si
rese conto di quanto fosse intelligiente. Aveva compreso il motivo
per cui in quella camera di locanda lui era li', da solo, con lei.
- Era tutto squisito - commento' Rosita, con un sorriso radioso.
- Gia' - ammise Veleno - Non mangiavo cosi' bene da giorni -.
Ren si dimostro lusingata, con un timido sorriso, mentre si alzava
con calma.
- Caffe? - non rifiuto' nessuno, ma fu fermata poco prima della
porta finestra che dava nella salone, dalla voce di Rosita.
- Stai ferma - le intimo' - Tu hai preparato tutta la cena, lascia
che almeno il caffe' lo faccia qualcun'altro - lancio' un'occhiata
decisa a Rebel.
- Ti aiuto - rispose allo sguardo della donna. Nei minuti seguenti,
i quattro si prodigarono a sparecchiare la tavola, lasciandovi solo
i bicchieri e dei cucchiaini da caffe'. Poco dopo, al centro della
tavola apparve un servizio da caffe' molto antico. La zuccheriera
in argento era opaca, nonostante la cura nel preservarla, i lunghi
anni che aveva conosciuto avevano lasciato un impietoso segno sul
suo smalto. Approssimativamente aveva piu' di un centinaio di anni,
si disse lui, stimandolo.
Veleno si guardo' attorno e decise che non era necessario che si
alzasse dal tavolo, per aiutare gli altri a portare il caffe' in
tavola. Non era una decisione dettata dalla pigrizia, ma bensi' dal
"principio di funzionalita' di una cucina standard", che sanciva
il criterio di "comodo uso multiplo" di una cucina, limitando il
numero degli occupanti ad un valore minore a tre, poiche' gia' in
tre una cucina standard diventava piuttosto complicata da gestire.
Decise che poteva concedersi una sigaretta prima del caffe'.
- Qualcosa assieme al caffe'? - domando' Ren, sedendosi.
- No, magari dopo, chissa', un bicchiere di grappa, o del Porto -
le offri' un sorriso, non si sentiva cosi' rilassato da tempo.
- Finalmente ti vedo sorridere - ricambio' con una espressione
felice - Da quando non lo facevi? - domando'.
- Da troppo - commento' tornando ad assumere il tono di voce
distaccato che lo contraddistingueva.
- E' bello vederti cosi' rilassato - lui si chiese se quello era un
complimento o che altro.
- Si', e' bello - ammise - E non mi accade spesso di questi tempi -
continuo'.
"Perche' quando parli cosi' sembra tanto che tu stia parlando di un
estraneo?", si chiese la donna, "Perche' vuoi rimanere estraneo a
te stesso, perche'?", sin da quando lo aveva conosciuto non aveva
mai compreso il perche' quell'uomo avesse avuto la capacita' di
trattare se' stesso piu' severamente di quanto trattava gli altri e
con la stessa se non maggiore obbiettivita'.
- Un franco per i tuoi pensieri - le disse, battendole leggermente
sulla spalla. Lei sorrise.
- Stavo pensando che risposta mi avresti dato... Allora, hai preso
in considerazione la mia proposta? - Veleno spense la sigaretta nel
posacenere con misurata flemma, mentre si accigliava e faceva un
profondo respiro. Per temporeggiare ancora si stiracchio'.
- Sai come sono fatto, vero Ren? - lei annui'.
- Lo so, ma avevi detto che ci avresti pensato, me lo avevi
promesso - rispose lei, scura in volto.
- Mantengo sempre le mie promesse - la rincuoro' lui.
Tempo addietro, Lady Ren, aveva proposto a Veleno di entrare a fare
parte di un gruppo che si chiamava Ve.No.Ba. SRT, a quanto sembrava
pure CB e Rebel Yell facevano parte di quell'assocoiazione, assieme
ad altre persone. Non era certo un gruppo armato, o meglio non lo
era spesso, non sia mai che un gruppo con CB dentro non sia armato.
- Ren, io lavoro... - lei pose un indice sulle sue labbra.
In un fugace istante di frivolezza, lui si permise di considerare
quanto l'unghia di questo dito fosse abilmente curata. Sposto' di
nuovo lo sguardo sul volto della donna, tornando a considerare la
proposta.
- Non voglio sentire obiezioni, me le hai gia' esposte... Non sei
obbligato - sorrise ancora, quasi a voler rafforzare le sue parole
con quell'espressione.
Nel passato piu' recente, Veleno aveva preso parte ad incarichi che
implicavano il lavoro in gruppo. Non si era mai trovato a disagio
in tali ambienti, ma i suoi incarichi avevano sempre comportato una
azioni solitarie, anche se parte di disegni molto articolati.
Anche nella collaborazione che lo aveva visto affiancato a TheGIO,
in un'organizzazione di cui anche i piu' alti vertici del potere
reputavano mai esistita, non aveva mai avuto incarichi che
richiedevano la presenza di grandi squadre. Era sempre stato la
vipera, che strisciava davanti ai compagni, con un binocolo, una
.45/.22 silenziata, un coltello Ka Bar ed una carabina CAR-15. Se i
fattori esterni lo avevano richiesto alle volte aveva anche portato
degli intensificatori di luminosita', quegli occhialoni che ti
facevano sembrare un extraterrestre e che tingevano la realta' di
verde. Non lavorava spesso in gruppo, lavorava con se stesso, con
i suoi conflitti e le sue paure, con le ombre e l'oscurita' che
cercava ed in cui trovava sia una protezione che una facile
posizione d'attacco e una discreta quantita' di fattore sorpresa.
Si avvicinava ai bersagli in silenzio, li avvistava, avvertiva chi
di dovere e se necessario entrava in azione, eliminando.
Era un lavoro facile dopotutto, non conoscevi chi dovevi uccidere,
lo facevi, considerandolo quanto un sacco di patate o una cartaccia
che non merita nemmeno l'attenzione che le dedichi se il vento la
fa volteggiare nell'aria. Non spettava a lui decidere se il
bersaglio era degno o meno di morire, qualcuno aveva deciso che lo
era e cio' gli bastava, lo pagavano solo per farlo, in silenzio, in
incognito, senza farsi beccare. Era un lavoro da sicari, ma lui
si considerava piu' di un sicario. Il sicario uccideva e basta, in
qualsiasi modo, al contrario, la maestria stava nella maniera con
cui l'operazione veniva condotta a termine. Essere un'ombra tra le
ombre faceva sempre buon pro per lui e per gli altri, nessuno dava
grande importanza alle ombre, nessuno se ne curava piu' del dovuto.
- Daccordo - ammise Veleno - Se accetti le mie condizioni, non ho
alcun problema -.
- Che strano - rise - Ma le condizioni non avrei dovuto porle io? -
Ren lo stava chiaramente prendendo in giro.
- E' tutta una questione di forza, amica mia - commento', mentre il
suo pollice e l'indice della mano destra facevano presa sul filtro
della sigaretta schiacciandola nel posacenere - E di accettare o
meno le condizioni poste dalla parte avversa... Vedilo come un
contratto -.
- Non mi piace vederlo come un contratto - la voce tradiva una
moderata indignazione, forse, si domando' lui, aveva dosato male le
parole - Siamo amici, ci scambiamo favori, non stipuliamo contratti
- tocco' a Veleno ridere.
- Credi forse che l'amicizia non sia riducibile ad un semplice
rapporto commerciale? - lo sguardo della sua osservatrice si fece
piu' scuro - Tu sei amica di chi ricambia la tua amicizia, non di
chi se ne frega, giusto? Lo fai per ottenere qualcosa, anche con lo
scambio di favori ottieni una controparte, fatta di moneta su cui
il rapporto di amicizia si basa, la fiducia... -.
- I tuoi discorsi impegnati alle volte mi fanno venire mal di testa
lo sai? - domando', ad occhi chiusi, tentando di rielaborare tutto
cio' che lui le aveva detto.
- Che vuoi farci, ogni tanto devo aprire la bocca per fare uscire
uno dei miei bislacchi pensieri -.
- Quale sarebbe allora la tua controparte, il tuo guadagno nella
mia proposta? - ora piu' che arrabbiata per il tono esageratamente
accademico che lui aveva usato per descrivere il rapporto che li
legava, era curiosa, voleva avere delle risposte.
- Oh, devo ancora decidere, credo che si comporra' di fiducia e
divertimento, ma chissa', ci sono tanti tipi di ricompense... - le
scocco' un'occhiata assassina.
- Ehi! - ebbe la voglia di schiaffeggiarlo, ma poi rise di gusto,
era riuscito ancora a stuzzicarla. Non aveva ancora compreso il
perche' quello fosse il loro gioco preferito.
- Ma cosa hai capito! - sbotto' lui, falsamente arrabbiato - Non ti
crederai mica che... - si trovo' la punta di uno stiletto contro il
pomo d'adamo.
- Cosa vorresti dire? - chiese una voce minacciosa - Stai forse
insinuando qualcosa? - prosegui' la stessa voce.
Veleno degluti' a fatica, con calma, stando bene attento a non
sfiorare con il movimento del pomo d'adamo la punta dello stiletto.
- Ma no, figurati, non volevo dire che tu non fossi abbastanza... -
degluti' nuovamente - Insomma, non avrai mica pensato che... - la
punta dello stiletto non si muoveva - Dai, siamo entrambi adulti e
maggiorenni, credi che io mi metta a fare proposte alla gente cosi'
tanto per fare? - alla fine lo stiletto si mosse, per essere
riinfoderato.
- Si' - rispose lei con falsa indifferenza - In fondo hai ragione,
perche' prendersela, non e' accaduto mica nulla di male? -.
- Fortuna... - sussurro' lui alla notte, trovandosi poco dopo ad
essere schiacciato da una grande scultura in marmo.
- Come fortuna! - Lady Ren respirava affannosamente, le mani ancora
poste alla base della scultura che aveva fatto piombare sull'uomo.
- Com'e' che facevi di secondo nome - giunse una fioca voce dal
basamento - Shinobu? -.
- Aaaah... Maledetto! - prese nuovamente il basamento, utilizzando
la statua come un grande pestello - Io ho molta piu' grazia di
quella strega! - continuo' in quell'atto per piu' di un minuto.
- Che culo che ho - mormoro' nuovamente un qualcosa sotto la base
della statua - Accidenti, quale raffinatezza - rantolo' la voce -
Shinobu si sarebbe limitata a tirarmela in testa una sola volta...
Eh gia'... Queste giovani d'oggi, cosi' grezze, senza un minimo di
charme e fascino... - queste furono le ultime parole prima che
svenisse. Rinvenne solo dopo pochi minuti, strattonato fuori dal
sonno innaturale, dall'aroma di una tazza di caffe', sventolata
appositamente sotto il suo naso.
- Tutto bene - chiese Rebel Yell, poco lontano dal suo naso. Lui
grugni', se il giovane voleva qualche parola di risposta, avrebbe
avuto una delusione nel sapere che per ora doveva bastargli quello.
Dopo qualche minuto tutto fu dimenticato e i quattro discorrevano
piacevolmente davanti al caffe'.
- Ah, quasi dimenticavo - Veleno incomincio' una meticolosa ricerca
nelle tasche del suo impermeabile.
- Hai gia' finito il pacchetto? - domando' Lady Ren scandalizzata.
- No no... Ecco! - estrasse dalla tasca un oggetto azzurrognolo dai
tratti caratteristici di una pistola, con dei cerchi gialli ad
intervalli regolari sulla canna, puntandola verso i presenti. Rebel
si getto' su Rosita facendola cadere a terra.
- Tesoro! - strillo' lei - Ti sembra questo il momento! -.
- No, accidenti - borbotto' Veleno - Questa e' una pistola sonica -
li informo' - Non stavo cercando questa - la rimise nelle tasche,
mentre "Rebellino" si alzava piuttosto imbarazzato.
- No, amore, io volevo... Cioe' ho visto la pistola... E... - si
prodigo' balbettante in una scusa.
- E non cercare scuse... Cosa vuoi che pensino di noi i nostri
amici poi? - lo rimprovero' lei.
- Insomma, Jerome, Rosita ha ragione - ridacchio' Vel, con il mento
poggiato sul petto, sempre impegnato nella sua ricerca.
- Oh! Finalmente! - nella mano Veleno reggeva delle listarelle di
carta giallognola - Sono quattro biglietti per l'opera di settimana
prossima, I Pagliacci di Leoncavallo... C'e' pure il tenore Enrico
Pallazzo, sarebbe da non perdere, che ne dite? - Rebel e la sua
compagna furono entusiasti della cosa.
- Non so - Lady Ren appariva piuttosto delusa - Forse la settimana
prossima non saro' in citta'... - Veleno assunse una delle sue rare
espressioni desolate.
- Mi dispiace molto, li avevo tenuti apposta -.
- Vedro' di esserci, d'accordo? - lei stento' un sorriso, come per
testimoniare che tutto stesse andando per il meglio, ma gli altri
tre non riuscirono a crederle fino in fondo.
- Ma qualcuno di voi - aggiunse poi la donna - Dovra' riportarmi a
casa, ho la yellow dal carrozziere - "Che novita'!", pensarono gli
altri tre seduti al tavolo - E la macchina che l'officina mi ha
dato in sostituzione sta prendendo il volo per Parigi -.
- Nessun problema - mormoro' Veleno - Allora e' deciso, la
settimana prossima si va all'opera - annuncio', ed alzatosi in
piedi, con voce calda declamo': - Ridi pagliaccio, sul tuo cuore
infranto, ridi del duol che t'avvelena il core, ma se Arlecchino
t'invola Colombina, ridi pagliaccio e ogniuno applaudira' - gli
altri tre applaudirono.
- Saresti meglio di Pallazzo, perche' non ti sei dato al canto? -
domando' Rebel Yell, mentre Veleno tornava a sedersi.
- Per lo stesso motivo che ti ha spinto a non aprire un negozio di
antiquariato ed arruolarti in polizia, ragazzo - rispose lui.
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