Agenzia Rockflood - Fascicolo 35: Luce Mortale
- Spinoff -

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Newsgroup it.arti.cartoni
Subject [FANFIC] Agenzia Rockflood - Spinoff: Il lancio del Supremo
Date 23/02/98 22.59.52
Organization Quartier Generale Brigate Takahashi
Lines 924
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Agenzia Rockflood:

Fascicolo 35: Luce Mortale - Spinoff -

-- Ogni uomo e' il frutto dell'educazione che ha ricevuto e delle        
esperienze che ha vissuto e io non faccio eccezione, mi sembrava di 
averlo gia' detto, o forse no ? --

E' successo un'altra volta. Da quando questa missione ci e' stata 
assegnata, devo ammettere che capita troppo di sovente.

Non capitava spesso in passato che i miei subalterni mi vedessero
cosi'. Ma questa e' la via che ho scelto e loro sanno che possono 
contare anche su un uomo oltre che sul loro comandante.
Davvero poco importa se essi vedranno segni di debolezza in me fintanto
che sara' in sporadiche occasioni e mai nel momento in cui una mia
indecisione potrebbe a loro costare caro.
Loro sono i miei uomini, tutte vite degne e equalmente importanti,
tutti e nessuno indispensabili. Tutti, dal primo all'ultimo ed io
compreso tra loro. "Io per primo" potrei dire, ma so che non e' vero 
perche' so quanto la mia presenza sia preziosa per questi ragazzi.
Senza nascondere che nel farlo sono costretto a peccare di presunzione,
devo ammettere che vedo ben poche alternative a me stesso come loro 
guida. 
Sono il loro leader, il loro punto di riferimento, la persona su cui
hanno riposto i loro sogni, le loro aspirazioni. Non posso deluderli
per un mero capriccio personale come quello di cessare di esistere.
No, non me lo posso permettere. Sarebbe troppo da vili smettere cosi'
di combattere quando tutti continuano a sperare e a credere in me.
Ed ecco un abbozzo di sorriso che compare sul mio volto quando penso a
questa considerazione che puo' sembrare immodesta.

Ma se vedranno una o due volte in me segni di sconforto, cosa puo'
importare, ora ? La mia stima per loro e la loro nei miei confronti non
ne potra' risentire, gia' lo so.
Credo che la frase "darei la vita per te" sia in realta' molto ipocrita.
Se la pronunci lo fai perche' vorrai legare a te in qualche modo una
persona, sia essa colei che ami oppure il tuo comandante.
Lo fai o perche' cerchi un vantaggio personale, o una gratificazione,
o perche' sei poco orgoglioso di te stesso. La tua vita e' preziosa,
non dire che rinunceresti a lei. 
Se ami davvero qualcuno, e la sua esistenza e' in pericolo, mettigli di
fronte la tua, e capira' quanto grande e' stato il tuo amore, che vi
unira' nella vita e nella morte. 
Eppure confesso che anche a me e' capitato di pensarla quella frase, mai 
di pronunciarla.
Lo faro', certo, lo faro', se sara' necessario per qualcuno. Come daro' 
tutto me stesso per una causa che ritengo giusta, come ho giurato. 
Eppure da loro, nonostante non condivida, talvolta questa frase
la accetto. Mi piange il cuore nel non poterli ringraziare, almeno
in questo caso vorrei potermi dimostrare debole con loro.
So cosa vogliono esprimermi, ma non posso, non posso proprio rispondere 
al loro affetto. La durezza dell'ambiente in cui viviamo non ci consente 
di farci abbandonare troppo ai sentimentalismi.

Allo stesso modo non diro' mai loro che per me sono come miei figli 
perche'potrei essere frainteso, qualcuno potrebbe pensare che lo dica
solo per farmi amare da loro.
E se dopo l'azione non posso piangere se uno di loro non si trova alla
conta finale e' solo perche' in quel momento lascio che siano loro a 
dolersi, che siano tra amici a piangerlo, perche' essi
conoscono quel compagno molto meglio di me e non voglio che uno solo 
abbia a pensare che la mia e' una sofferenza di comodo.

Ma so che per chi mi fissa in volto ormai cio' che provo dovrebbe essere
evidente ed io non posso mascherarmi piu' di cosi', e francamente neppure
lo voglio. E sia, guardatelo il Supremo, cosi' duro e arrogante, e cosi'
pateticamente debole di fronte alla sofferenza.

Ogni ferita sul mio corpo mi ricorda un compagno perduto e le lacrime che 
dovevo versare  per  me e  per  loro le  ho  versate  tutte,  almeno
esteriormente.
Le altre le sto continuando a versare solo dentro di me, ma feriscono
sempre, una dopo l'altra, come ogni ferita che mi viene inferta fosse
la prima che ricevo.

Chissa', se loro sapessero quel che mi porto nel cuore, se la loro
stima per me muterebbe oppure no. E se sapessero cos'ero prima...
E se sapessero che non ho iniziato a soffrire per un compagno perso in 
battaglia ma per...

"AT-TENTI!"
"Comodo, soldato, comodo. Mi raccomando."

Mi rivolsi cosi' a quella recluta che mi portava notizie dal comando
senza quasi fissarlo. Francamente non avevo voglia di muovere appunti
sulla sua divisa non perfettamente in ordine o su quel saluto militare
che mi aveva esibito senza troppa convinzione, per timidezza. Ascoltai 
senza interromperlo la breve comunicazione che doveva espormi, poi lo 
congedai.
"Sii piu' fiero" - avrei dovuto apostrofarlo' cosi', richiamarlo 
all'ordine come avrei fatto in ogni altra occasione, ma questa volta
non me la sentivo.

Mi aveva preso quel mio male solitario, quella sindrome che mi porta a 
fissare il pavimento, il cielo o un punto fisso davanti al mio volto, 
apparentemente senza motivo. E solo in assenza di pericolo, solo quando 
la situazione e' di calma piatta.

Una pena che mi accompagna da sempre. Un condensato di paure ora 
superate, ma forse non completamente. Ferite amplificate a dismisura a 
cui se ne sono via via aggiunte altre. 

"Se non fosse per queste ferite ora non sarei qui" - mi sarei risposto -
"e devi esserne orgoglioso". Io orgoglioso ?
Orgoglioso di me stesso ? Vorrei poterlo essere, ma cosi' non e'.
Orgoglioso di cosa ? Forse della mia forza ? Del mio coraggio ?
Quale forza ? E quale coraggio ? 
Da quanto non mi sento piu' chiamare col mio nome di battesimo ?
E chi puo' dirlo, forse io ? Io, cosa sono io per poterlo affermare ? 
Mi sono davvero dimostrato forte e coraggioso ?
Sento la voce di un amico che non vidi piu' da tempo che mi disse 
"Si', maledizione lo sei stato! Chi altri puo' dirsi coraggioso, se
non tu, tu! Perdio, smettitila di tormentarti!". 

"All'eterna gloria delle Brigate Takahashi! Splenda! Splenda! Splenda il 
nome del Supremo Sato! Non siamo degni! Non siamo degni!" Un 
grido e un brindisi che si e' ripetuto tante volte dopo una missione 
vittoriosa. Ma solo per un attimo mi soffermo su quell'istante di 
gloria. Se quell'attimo venisse prolungato, se mi crogiolassi troppo 
nel mio orgoglio dovrei temere di perdermi, di cibarmi troppo di me 
stesso.

Ed invece eccolo il Supremo, tragicomico personaggio di una commedia
dell'arte in cui realta' e finzione si sono mescolate ed egli non ha 
potuto piu' distinguere l'una dall'altra. Eccolo, colui che ha perso 
cio' che piu' amava nella vita in un colpo solo, e che si e' trovato ad
essere costretto ad odiare queste cose perche' procuravano dolore. Ecco 
chi ha perso contemporaneamente la fiducia in se' stesso e quella nelle 
altre persone e che dentro e fuori se' ha visto davvero il nulla e per 
giorni, settimane, mesi che sono parsi eternita' e' stato da solo, 
convinto che nessuno nell'universo potesse comprendere la sua 
situazione. Eccolo chi ha dovuto svuotarsi e riempirsi al punto tale da 
non riconoscersi piu'.

Egli non riesce piu' oramai ad esprimere se' stesso senza cadere nel
patetico. E vorrebbe farlo, se il ricordo di quel vento nero che ha 
trascinato via tutto quello che poteva spazzare fuori e dentro lui non
si fosse fatto in passato sempre piu' pesante all'idea di smettere 
davvero di sognare.

Ma ora il mio tempo per i sogni e' finito. 
Il nostro mondo e' fatto di gloria e di onore, nella vita e nella morte,
ora e sempre. Ma chi capira' le ragioni del mio gesto ? A quante persone
che stimo ho potuto dire come realmente e' andata ? Quante ho dovuto
tenere all'oscuro di ogni cosa ?

Che fine hanno fatto i miei amici ? Dove sono tutti loro, ora che li
vorrei assieme a me... perche' non possiamo essere felici com'eravamo
allora ? Ridere, scherzare...essere fieri di noi, nessuno ci dividera' 
mai, i migliori siamo noi, cosi' solevamo dire... noi, sempre a testa 
alta in mezzo agli altri... noi, quelli che il tempo non avrebbe 
cambiato, quelli che volevano far realizzare l'utopia... noi che da soli 
potevamo fare grandi cose ma che uniti  sembravamo invincibili...  noi, 
che abbiamo visto tutti i nostri sforzi vanificati dagli indegni come 
chissa' quanti prima di noi..

...eppure... 

Altri ricordi amari che mi prendono, l'"Operazione Clusterfuck", la 
nostra vittoriosa ed amara Caporetto, il processo, la rabbia che abbiamo 
provato per quel clamoroso atto di ingiustizia nei confronti nostri, dei 
nostri sforzi e di chi aveva rischiato con noi. Le persone che non ho 
piu' visto... io con quattro compagni che mi trovo a  piangere sulla 
tomba di un amico perduto, una donna che mi aveva amato che non vedro' 
mai piu'... 

E lei... il suo volto che mi compare di fronte di nuovo... quella
foto che ancora conservo nel mio portafogli... perche' continuo
a farlo... perche' non gettarla a mare, perche' non abbandonare
d'un tratto ogni ricordo spiacevole ? Perche' continuare a dilaniarsi ?
Perche' ? Perche' ?

"Sei il Supremo! Resisti, non lasciarti andare! Mai! Mai! Mai!" 
ancora quella frase che mi rimbomba nella mente, una, cento, mille 
volte. L'eco ormai si dev'essere amplificato a dismisura dentro me,
almeno quanto le mie ferite. Le ferite e quell'eco, l'eco e le ferite.
Giorno dopo giorno, battaglia dopo battaglia.

E quante volte l'ho seguita quella voce, e quante volte ho resistito 
alla tentazione di lasciare tutto e andarmene, senza dire 
una parola, e senza spiegare le ragioni del mio gesto ? Mi si addice
proprio cosi' tanto il ruolo del protagonista tragico ? Se qualcuno
udisse queste parole che mi sgorgano dal profondo non avrebbe 
da rispondere che "si'".

Eppure... perche' di tante ferite, solo quell'evento mi torna in mente
adesso ? Rimpianto per la vita che facevo allora ? Per quanto mille
volte riesca a mentire a me stesso, e a ripetermi di no, proprio non
riesco ancora a liberarmi dal mio passato ? Ma se tante volte l'avevo
accantonato ?

Ed ecco che un pensiero perverso e tragicamente autolesionista mi fa 
ritornare ad un corpo militare differente, dodici anni prima... quando
il valoroso Capitano Sato era solo un fante scelto e non di piu'...

                       - Il lancio del Supremo -

Riposi la cornetta del telefono con un gesto di stizza. 
Uscii a capo chino dal circolo sottoufficiali e mi incamminai verso 
il casermone.

Ore 22.45 ... non c'era nessuno sul piazzale... 

La corvee aveva appena finito le pulizie dell'androne e i suoi componenti
erano ritornati negli alloggi senza il loro graduato. "Il loro graduato" 
era il sottoscritto, se non si fosse capito. 
In realta' non ci sarebbe affatto stato bisogno di richiamarli a quest'ora 
per far finta di pulire la palazzina, ma avere un generale paranoico che 
puo' venire in visita da un giorno all'altro fa tenere in apprensione i 
sottoufficiali piu' timorosi che talora danno ordini assurdi alla 
truppa.

"Perche' ora ? Non e' giusto! No... io non lo merito!"

Non potersi mettere a piangere ed averne un disperato bisogno, ecco cosa
mi capitava. E non riuscivo ad odiare nessuno, se non me stesso, la mia
fragilita' per cio' che mi stava succedendo... odiavo l'idea di odiare 
altri e di essere  da loro odiato... strano a dirsi per un militare 
come me, no ?

Cosa fare ? Al momento attuale nulla. Perserverare nel servizio. 
Rispettare le consegne e ritornare a disposizione del maresciallo di 
giornata. Una brava persona, senza ombra di dubbio, un ragazzo molto 
alla mano, disponibile...

Mai avrei immaginato una cosa del genere.
Quando aveva detto che era successo qualcosa di straordinario che
le aveva cambiato la vita non avrei mai pensato a questa cosa,
il pensiero non mi aveva neppure sfiorato, neppure minimamente.

Ripensavo a quando aveva detto che aveva bisogno di vedermi..
...e per un secondo mi ero illuso che fosse sul serio felice
di rivedermi.

Odiavo questi dannati servizi di giornata... le avevo telefonato 
perche' m'illudevo che parlare con lei mi avrebbe fatto sentir 
meglio...

Non potevo tenermi ancora la curiosita' per quel fatto "forse 
spiacevole" che doveva raccontarmi ?
...anzi, le avevo detto di non dirmelo ora... era tutta colpa sua...

E colpa per cosa, poi ? Era inevitabile.

Incrociai l'altro graduato, XXXXXX all'ingresso della palazzina. XXXXXX 
proprio non lo reggevo. Facciamo finta di sopportarci in pubblico ma e' 
logico che non ci tolleriamo l'un l'altro e su ogni minima questione del 
nostro lavoro quotidiano sono sempre state scintille.
Purtroppo ero costretto a collaborare con lui diverse ore ogni giorno 
a causa del fatto che il mio reparto dipendeva direttamente dal
suo per quanto riguarda la gestione dei turni di servizio.

Un tizio quasi due volte laureato alla sua eta' non puo' essere 
completamente normale. Infatti e' il piu' infido bastardo con
cui ho avuto a che fare all'interno di questa base.
Io "discuto" troppo in merito ai suoi disservizi, diversamente dal mio 
predecessore.

Fatto sta che 'sto tizio mi viene incontro col suo celeberrimo sorriso
idiota ...manco si accorgeva di quanto lo prendessimo per il culo per
quella sua espressione straffottente... 

"Ehi, XXXXXXXX, ho cambiato idea. Fai tu il primo turno!"

Come graduato piu' anziano aveva il diritto di scegliere i turni di 
riposo. Il secondo e' certamente il piu' favorevole, perche' una volta 
che vai a letto puoi svegliarti, ritirare il tuo permesso e andartene a 
casa e tra parentesi riesci a restartene in branda circa un'ora e mezza 
in piu', ignorando la sveglia. XXXXXX avrebbe montato fino alle tre, poi 
mi avrebbe svegliato per il cambio.

Non reagii nemmeno... mi limitai a ignorarlo e a far cenno di si' col 
capo. Dopottutto la cosa migliore in quel momento era andarsene 
immediatamente a letto.

"Cos'hai, c'e' qualcosa che non va ?"
"Sono solo stanco... penso che andro' in branda immediatamente"
"Ricordati che passo alle due meno un quarto a darti il cambio!"
"...provaci e ti rompo il culo..." replicai senza neppure fissarlo.
"Ah! Ma non sto scherzando..."

Non risposi e mi diressi verso lo spaccio truppa... 
Era mia intenzione acquistare alcune birre... 
.. chiuso... guardai l'ora...

Forse riuscivo ancora a bloccare XXXXXXXXXX se non aveva ancora 
restituito le chiavi al posto di guardia. 

Salutai il maresciallo e gli altri di giornata e salii al primo piano 
Mi diressi alla camerata 113. Incrociai sulla strada XXXXX e gli chiesi 
se avesse visto quell'altro.

"E' andato a riportare le chiavi del circolo, non credo che rientri. 
E' in permesso."

Probabilmente bestemmiai.

Chiedendo in giro, riuscii a rimediare solo una Becks... dopo averla 
bevuta mi venne in mente di rintracciare XXXXXXX. 

Cristo, dovevo essere proprio fuori per farmi venire in mente 
un'idea del genere mentre ero in servizio...

XXXXXXX si era preso 15 giorni di consegna di rigore (trasformati
poi in consegna semplice per esigenze di servizio) per essere stato
colto in flagrante mentre si fumava un cannone dietro la
mensa ufficiali dall'ufficiale di ispezione.

Se in servizio si sarebbe rischiata una pena ben peggiore, se scoperti.

Incrociai nella sua camerata XXXXXX, un altro tizio celebre per il
consumo di droghe leggere in caserma.

"C'e' XXXXXXX ?"

"Ciao, XXXXXXX. No, e' in speciale fino a giovedi'!"

Gia', che idiota, l'avevo fatta firmare io quella licenza...

"Non e' che ci hai..." 

Mi sentivo cosi' idiota a chiederlo... 

"Vuoi scherzare ? Ci stanno tenendo sotto controllo... abbiamo dovuto 
far sparire tutto!" 

Gia', lo immaginavo. Comunque ci avevo provato.

"Puoi provare da XXXXXX, agli alloggi degli autisti."

L'idea di attraversare l'intera base da parte a parte per incontrare
un tizio che non conoscevo nemmeno non era il massimo. Avrei potuto 
telefonare, ma il pensiero mi passo' subito.

Uscendo mi diressi ai servizi... uscito dai bagni incrociai XXXX che
stava per iniziare a radersi. L'ingegner XXXX... mi venne in mente
la mappa del lago che mi aveva tracciato tempo addietro...

E ripensai a quel fine settimana di vacanza... e sentii il mio corpo
come attraversato da una fitta che mi percorreva trasversalmente...

Non era una persona in cui in condizioni normali avrei mai parlato dei 
miei guai presenti, ma in quel momento era il meno peggio che avevo a 
disposizione...

"Ciao XXXX!"
"Ciao, XXXXXXXX. Fai il secondo turno ?"
"No, il primo."
"Ah, XXXXXX ha cambiato idea ?"
"Gia'..."
"Cos'hai, mi sembri proprio preso male."
"Sono stanco... non mi passa proprio..."
"Dormiti quelle tre orette e pensa che domani sei a casa a riposarti."
"XXXX...senti... dovrei dirti una cosa..."
"Hmm ?"

Rimasi silente per qualche secondo, lo sguardo rivolto verso il pavimento.

"No, non importa... ci vediamo domani mattina..."

Mi diressi direttamente alla mia camerata, la 115. Tolsi solamente 
gli anfibi e la giacca della mimetica e mi coprii completamente con le 
coperte.

Rimasi solo con i miei pensieri...
Non riuscivo a crederci...
E' pazzesco! Perche' ora ? Proprio adesso ? E' incredibile!
Ma non era lei quella contraria al... ?
Assurdo... esageratamente assurdo...
"In questo momento della mia vita io sono felice e lo devo a te..."
La odiavo. E mi sentivo egoista. Dovevo essere felice per la cosa
meravigliosa che le era capitata ? Fanculo!

D'altronde tutto cio' era tipico di quella persona.. cosi' 
all'improvviso, cosi' senza preavviso... senza modo di poterlo 
prevedere... avevo solo una gran voglia di sbattere la testa contro 
il muro.

Solo a me poteva capitare una cosa del genere. 
Di tutti quegli uomini ...  io, proprio io, l'ultimo prima...
...demenziale... allucinante e demenziale..

Odiavo me stesso per essermi lasciato coinvolgere.
Per essermi fidato cosi' tanto.
Per non essere capace di essere contento per la sua felicita'.
Per essere cosi' stronzo e cosi' sfigato...
Per quel che non avevo fatto quando ne avevo la possibilita'.
Per aver recitato troppo a lungo quella parte del ragazzo docile e
riservato.
Perche' se fossi stato il bastardo che non volevo essere paradossalmente
avrei avuto piu' chances.
E perche' tutto quello che avevamo vissuto si era rivelato effimero.

Aveva fatto girare ogni parte di me... quella razionale e quella
irrazionale... quella introversa e quella estroversa... e aveva
messo in luce il mio io nascosto che ancora non ero riuscito
a mostrarle..

Mi ero chiesto quanto speciale fossi per lei... una risposta ancora
non l'avevo avuta. L'avevo scoperto nella maniera piu' dolorosa
e terribile possibile, proprio un istante prima che potesse rispondere
alle conferme dei miei sospetti, preso in contropiede in un modo cosi'
beffardo.
Non ero mai stato cosi' debole in vita mia come in quel momento.
Cazzo... dovevo essere fuori di li' a sfogarmi invece ero chiuso in
quella stupida caserma.

Passarono cosi' i minuti e le ore, senza che il sonno potesse giungere
nonostante la stanchezza per il gravoso lavoro di routine. Alle tre, nel 
buio della camerata la porta si apri'. Non si trattava di XXXXXX, ma di
uno dei fanti semplici di giornata, di cui ora non ricordo il nome.

Penso che il mio cambio si debba essere stupito di non avermi neppure
dovuto scuotere un po' per svegliarmi. Non salutai nemmeno, se non con 
un cenno del capo. Mestamente  raccolsi la giacca e infilai gli anfibi e
senza dire una parola uscii dalla camerata e mi diressi verso le scale. 
Il mio compagno di veglia si trovava gia' nello stanzino, abbarbicato
scomposto sulla comoda poltroncina nera del sottoufficiale di fronte al 
televisore acceso, intento a visionare spot di telefoni erotici trasmessi
da una infima rete locale.

Mi sedetti all'angolo opposto della stanza, vicino al telefono e al 
citofono. Aprii un cassetto, vi trovai una rivista sportiva di qualche 
mese prima che iniziai a sfogliare per distrarmi. Il tentativo si 
dimostro' ben presto inutile.

Sentivo il panico dentro me che aumentava. Sentivo una sensazione di
fragilita' e impotenza mai provata prima d'ora. Sentivo come non mai il
vuoto e una lacerante impressione di fallimento di tutti gli obiettivi.

Passo' almeno un'altra ora ed io continuavo a chiedermi cosa davvero mi 
avesse colpito. In un secondo tempo mi resi conto che in quelle ore, 
cosi' come in quelle precedenti e in  tutta la notte, non ci fu un solo 
insulto da parte mia rivolto a chi mi aveva ferito.
Stavo solo accusando me stesso ma non sapevo bene di quali reati. Forse
di essere troppo  sensibile, o troppo leale, o di aver creduto troppo a 
parole che mi parevano sincere. 

"Reagisci, sei il Supremo" continuavo a ripetermi. Ma forse all'epoca 
non lo ero ancora, o forse non lo ero piu', o non lo ero in quel 
momento, o senza piu' nessuno che credesse in lui, cos'era dopottutto il
Supremo ?

Dopo mezz'ora di pensieri simili, il telefono squillo'. Non avevo 
proprio voglia di rispondere. 

Il mio compagno di guardia al terzo squillo alzo' la cornetta del 
telefono sulla sua scrivania distrattamente e solo dopo avermi lanciato 
un'occhiataccia.

"Ufficio del sottufficiale di giornata, comandi!" pronuncio' non troppo 
convinto.

Pochi secondi dopo sbarro' gli occhi si mise immediatamente composto 
sulla sedia per istinto e si esibi in una serie di intimoriti 
"signorsi'" e "comandi".

Mi chiesi cosa stesse capitando e un fremito mi prese ricordando di 
nuovo chi fosse l'ufficiale di ispezione. "No, non adesso" fu l'unica 
cosa che potei pensare "E' troppo! Non adesso, per favore!"

Chiuse la conversazione e prese a bestemmiare.

"Berardi ha colpito ancora! Vado a svegliare il sottoufficiale! Tu 
chiama il pronto! Muoviti, e' urgente!" furono le parole frenetiche che
mi rivolse mentre correva verso le scale, tornando a profferire una 
sequela di bestemmie.

"Il pronto generico dal sottoufficiale di giornata! Il pronto 
generico dal sottoufficiale di giornata!" urlai in quel maledetto 
microfono mentre un'angoscia colossale mi stava invadendo senza poterla 
controllare.

Pochi minuti dopo, dieci persone si trovavano una camionetta, ognuno con 
un fucile mitragliatore in mano e un casco, un caricatore nel taschino 
anteriore sinistro della divisa.
Alcuni di loro portavano con se' anche una radiotrasmittente. La camionetta
si fermava ogni tanto per farne scendere qualcuno, poi ripartiva. Ad uno 
ad uno venivano disposti nei punti di confine dell'aeroporto, nei pressi 
della torre di controllo, al reparto missilistico, di fronte ai diversi 
hangar, davanti al comando, e cosi' via.

Una semplice esercitazione di pronto intervento, capita una volta al 
mese piu' o meno, facolta' di un nevrotico tenente colonello vicino alla 
pensione far schizzare cosi' le persone senza motivo. C'e' anche chi si
diverte cosi', non sta a noi giudicare, noi eseguiamo solo gli ordini, 
no ?

Ad uno ad uno i miei compagni scendevano. Cio' che ci aspettava era una 
o due ore di guardia ed una eventuale ispezione, poi sarebbero passati a 
riprenderci. Se qualcuno mi avesse visto in faccia si sarebbe 
sicuramente reso conto del fatto che non ero nelle condizioni migliori 
per svolgere questa consegna, ma probabilmente in  quel frangente 
nessuno ci faceva caso.

"XXXXXXXX, e' il tuo turno." Disse il comandante della guardia.

Scesi dalla camionetta senza dire una parola, come gli altri avevano 
fatto prima di me.

"Ci vediamo dopo. In bocca al lupo." fu il saluto informale che mi 
rivolse.

Mi trovavo nella zona est, proprio dietro la collina. Luci della citta' 
distanti, in lontananza quelle della torretta. Cielo nuvoloso, 
temperatura nella media per una gelida nottata di inizio dicembre. Una 
mezza luna nel cielo che rendeva meno cupa questa strana notte, teatro 
di un concentrato di assurdita' mai vissute, almeno lo era per me. 
Avevo raggiunto un risultato che equivaleva alla probabilita' di realizzare 
uno zero in schedina inseguendo un tredici, cosi' pensavo.

Un fucile a tracolla, un casco in testa, una giacca sdrucita piu' larga 
di qualche misura che non mi conferiva certo un aspetto marziale: ecco 
com'ero bardato.  Un gran desiderio di essere a casa a dormire o a 
sfogarmi, urlare, tirare calci e pugni ma tutto fuorche' ad assumermi una
responsabilita' come quella che mi trovavo ad affrontare.
 
Realizzai in quel momento di non aver preso i guanti. Non avevo voglia 
di imprecare, e solo un "bravi, continuate pure a ridere e a infierire, 
cosa me ne importa!" si inseri' di getto nella mia mente.

"No! Te lo chiedo di nuovo: ora non lasciarti andare!" ribadivo poi a me
stesso.

E mi ripetevo "datemi qualcosa a cui afferrarmi, un valore, un'utopia, 
un qualcosa che mi sia rimasto". L'amore ? I sogni ? La fiducia nelle 
persone ? La stima per me stesso ? Cosa e' rimasto, cosa ? 
Datemi un punto di riferimento! Un solo cardine irrinunciabile 
dell'esistenza di un uomo, sia esso dentro o fuori di me, un qualcosa 
a cui aggrapparmi, vi prego, solo una cosa!
Qualcuno, qualcosa che mi sia accanto! Qualcuno che possa capire cosa
sto provando, cosa sto perdendo, dove lo trovero' ? Dove ?

"Vedrai che tutto questo ti servira'!"  - eccola di nuovo quella sentenza
impietosa.

"Che cazzo ne sai tu se mi servira' ?" Ti trovi tu forse con un'arma in
mano in uno squallido posto come questo quando tutte le certezze e i
sogni della tua vita vengono improvvisamente meno ? Questo l'hai mai
provato ?"

Eppure... 

Mi torno' in mente quel che sapevo sulla sua sofferenza, quel che aveva 
passato, quel che sapevo della vita quella persona e non potei fare a 
meno di fare confronti. La sua sofferenza di una vita vale la mia di
questi attimi ? O anche questa mia e' la sofferenza di una vita 
racchiusa in questi attimi ?

"Ma almeno i sogni a te sono rimasti, non e' vero ?"  pronunciai, con lo
sguardo assorto rivolto verso la Luna. 

"Ma che ti importa, mi stai forse ascoltando ? Mi stai ascoltando ? 
Credi che dal tono della tua voce non lo abbia realizzato che non ti e' 
importato nulla della mia sorte ?
Davvero nulla ti costava attendere una migliore occasione per ferirmi ?
O forse pensavi che non ci fosse occasione migliore di questa ? Eh ?" 

Un turbinio di diverse reminescenze che si stavano ora accavallando nella
mia mente, senza poterlo contenere mi assali'. Sapevo che mi sarei fatto
del male lasciandomi pervadere dai ricordi e dai rimpianti ma non potevo
farne a meno. Questo forse per debolezza, per assecondare quella parte
di me che voleva solo lasciarsi andare, che voleva farmi ammettere che 
non ci fosse modo per tenere duro questa volta.

Ricordi di promesse, di sentimenti che parevano realmente sinceri come 
non mai,  di momenti felici, di frasi dette con tutto il cuore tra cui 
"qualsiasi cosa succeda, ricorda che per me sarai sempre il Supremo".

"Il Supremo", cento, mille volte "Supremo"! Lui ha giocato la sua 
partita, ma ora sono io a soffrire per lui. Perche' ora non riesco a 
reagire ? Non riesco ad essere "Supremo" ora che ne ho bisogno ?

"Aspettati sempre il peggio ?" Ma come si puo' aspettarsi il peggio 
quando il peggio e' al di la' di ogni peggiore aspettativa ? Holy shit! 
No, non si puo'. Farlo e' al di la delle possibilita' degli umani, farlo
ci impedisce di vivere serenamente!

Tutto si era rivelato falso, tutto una presa in giro, come forse ogni 
ideale in cui avevo creduto. Cose che mi avevano dato gioia, preziosi 
momenti della mia esistenza vanificati. Era davvero cosi' ?

Ditemi che non e' cosi', vi prego. E se lo fosse, qual'e' la verita' ? 
Qual'e' lo scopo della mia esistenza ?
Volevo solo amare, volevo solo essere amato, non costringetemi ad 
odiare, vi prego. Non cosi'! Non cosi' tanto!

"Ora sii razionale! Sai che lo sei sempre stato! Sempre!"
"Razionale ? Razionale adesso ? No, non sono in condizioni di poter 
razionalizzare una cosa simile. Questo vuoto non e' possibile 
razionalizzarlo, non e' possibile spiegarlo! E in questo momento come 
potrei razionalizzare tutto cio', con la confusione che c'e' nella mia 
mente ?"

Fiducia in me stesso ? Perche', cos'ho fatto, quanti obiettivi ho 
raggiunto ? Fiducia nelle altre persone ? Ecco a cosa mi ha portato!
I miei sogni, le mie fantasie piu' intime ? Travolte e spazzate via da 
poche parole. E il tempo che ho perso per inseguirle ? Avrei fatto 
meglio a impiegarlo per realizzare altri scopi ?
Il futuro ? Vuoto piu' che mai. Cosa realizzare ? Cosa ? Dove andare ? 
E' un destino di mediocrita' quello che mi attende ? Cosa sono io senza 
i miei sogni ? A cosa e' servito sognare ?

Altri ricordi, ricordi di un bel sogno, forse il piu' bello che avevo 
vissuto, forse il sogno in cui avevo acquisito la consapevolezza di non 
essere l'unica persona speciale nell'universo. Il rispetto che mi veniva 
portato che mi dava fiducia e mi incoraggiava a continuare. E quelle 
parole "credi in te stesso, ricorda che hai un potere magico
nelle mani!". Ero stato orgoglioso come non mai dei miei punti di forza 
e delle mie  particolarita', speranzoso di poter conservare 
quell'incoraggiamento per sempre e invece ora mi rendevo conto che non 
era veritiero, che si trattava di un trucco volto a far indebolire
le mie difese.

Una voce che mi urla "resisti" e l'altra "lasciati andare". E alla voce 
che urla "resisti!" rispondo "voglio farlo, ma come, hai idea di come 
posso fare ?" 
"Cercati un punto di riferimento, un capisaldo! Qualcosa che non 
crollera'!"

Scandivo con la mia mente ogni possibile valvola di sfogo fuori e dentro 
me e non trovavo nulla a cui appigliarmi. "E' una fase temporanea" - mi 
risposi. "Quel qualcosa esiste, ora tu non lo vedi a causa di questa 
angoscia immane che provi, ma esiste!"

Da allora in poi impiegai settimane per trovare qualcosa, grazie anche 
ad una mano che mi fu porta. Altrimenti non so come avrei reagito.

"Ti rendi conto che se continui cosi' diventerai schizofrenico ?"
"E tu ti rendi conto che una cosa del genere e' diversa da ogni cosa che
ho mai provato nella mia vita ?"

Forse schizofrenico lo ero gia', in questo mio porgermi domande e 
rispondermi, ma non potevo farne a meno, di concentrarmi su altro non se 
ne parlava, impossibile riuscirci.

Senza poterli controllare, altri ricordi, ricordi di momenti felici, 
ricordi di frasi come "ti dico qualcosa che ti rendera' orgoglioso" e 
"ti diro' qualcosa che non ho mai detto a nessuno" tornarono impietosi 
nella mia mente. 

Come tornare a fidarsi ora, come ? Come tornare a credere in qualcosa 
dopo che parole cosi' profonde si sono rivelate effimere, vili menzogne, 
frasi di circostanza ?

Eppure la mia stima per quella persona non voleva saperne di andarsene. 
Credevo fino all'ultimo che in realta' tenesse ai miei sentimenti, ma in 
quelle parole frettolose che non tenevano conto della mia condizione, 
dei rischi su di me, la verita' mi veniva rivelata.

Un pensiero molto pericoloso mi stava ora attraversando la mente. Quello 
delle cose piu' profonde che avevamo condiviso. Emozioni irripetibili a 
cui ora dovevo ora rinunciare ?

"Per sempre ? Cosi' tanto mi viene richiesto ora ? E' cosi' ardua la 
prova che  devo superare ?"

No, non un singhiozzo, non ancora! Non questa volta!

Che succede ora ? Lacrime ? Lacrime che mi sgorgano dagli occhi senza
poterle controllare ? Non c'era bisogno di dover confessare a me stesso 
che sentivo il bisogno di piangere, ma quest'impulso non l'ho mandato al 
mio corpo, e' stato reso spontaneo, com'e' possibile ?

Lacrime limpide e sincere si formavano sui miei occhi senza bisogno di 
abbandonarmi al vittimismo per la mia condizione, e scendevano 
inesorabili lungo il mio viso.
Non avevo mai pianto in questa maniera, mai prima d'ora.

Freddo ovunque, freddo dentro me, fredda questa notte di veglia. Fredda 
quell'arma che  porto tra le mani, freddo piu' intenso sul mio viso ora
bagnato.

Freddo ora... no, non quell'impulso ora! No, non quella canzone! Una 
canzone in una  lingua  che non conosco, alcune parole di cui ho voluto 
scoprire per mia volonta' il significato mi tornava in mente nel momento
sbagliato.
"Tenue pioggia. Persino la pioggia che quasi sta per divenire ghiaccio 
tale e' il freddo e' piu' calda del mio cuore." Una canzone di cui avevo 
rivelato la gioia che mi portava a chi amavo. 

E questa volta non ci fu modo di non singhiozzare. Fu talmente spontaneo 
da non poter essere controllato con nessun freno umano quell'impulso, 
quel singhiozzo dolorosissimo. La gola mi doleva come non mai. 

Un'emozione fortissima che mi aveva sempre dato conforto, una delle gioie 
piu' grandi della mia esistenza in questo momento diveniva fonte di
immensa pena e mi stava conducendo alla disperazione.

Non siamo piu' in novembre, quel mese meraviglioso e' terminato. Una 
fredda notte di dicembre e quella gioia che mi danno quelle parole sta 
ora svanendo!

"Ed ora io mi scopro poeta e interprete di questo dolore! Ma chi 
vogliamo prendere in  giro ? Sei patetico!"

"Ancora, resisti!" - ancora quella voce -

"Chi mi dice che sono nel giusto! Chi ? Chi ? Ho sempre seguito il mio 
cuore, ho sempre cercato di fare cio' che ritenevo corretto, e ora voi 
mi dite che ho sbagliato! Se e' vero che e' possibile  raggiungere la
felicita' giocando sporco a cosa mi serve la constatazione di essere 
sempre  uscito a testa alta da ogni sfida, per quanto sconfitto ?
A testa alta per chi ? A testa alta tra chi ?  Chi mi sta dicendo che 
sono nel giusto ? Chi ?

Non c'era piu' dubbio: mi stavo lasciando andare. Non riuscivo piu' a 
controllare il mio corpo e le mie reazioni, anzi, senza poter far nulla 
cercavo dentro di me solo una scusa per  abbandonarmi del tutto alla
disperazione.

Un altro singhiozzo. Tolsi da tasca un fazzoletto e mi soffiai il naso 
con energia. Con troppa energia. Ho sempre sofferto di capillari deboli,
troppo sensibili al freddo. Alcune gocce di sangue caddero sul terreno, 
altre mi sporcarono le mani. Tamponai l'afflusso col fazzoletto.

Il pensiero torno' a scene divertenti che avevo visto da qualche parte, 
e al sangue dal naso per eccitazione sessuale, e una risata mi colse. 
Una risata grottesca, che dopo una smorfia si trasformo' in un singhiozzo.
Davvero non potevo piu' ridere di quella cosa ? Davvero quella risata
era persa ?

E si forma un peso sul mio stomaco, i muscoli del viso che si
contraggono, un fremito, la pelle che trema. Tutto il mio corpo che
vibra all'unisono.

"Ora basta!" - gridai a me stesso. 

Come guidato da un'impulso incontrollabile afferrai il fucile che portavo 
a tracolla. Ritornai per un istante con la mente ai giorni
dell'addestramento, quando ci venivano esposte le specifiche e la 
portata del fucile, le consegne della guardia e tutto cio' che 
ne conseguiva. Era solo la terza volta che portavo quell'arma temibile
tra le mani. E questa volta ne avevo paura.

Mi guardai in giro. Nessuno in vista. Il silenzio attorno a me.

"E se mi vedessero ? Se giungesse adesso l'ispezione ? Cosa accadrebbe?"

Non so se fu per sfida o per altro ma sfilai il caricatore dal taschino, 
non senza tremare, e lo inserii nell'arma.

E se sparassi dei colpi in aria ? E se urlassi al mondo intero "venitemi a 
salvare" ?

Imbracciai il fucile. Posai le dita sul blocco otturatore e simulai con 
la mente l'azione del  tirarlo. Farlo sarebbe equivalso a caricare un 
colpo in canna, un proiettile che non avrebbe piu'  potuto essere 
estratto senza essere sparato. Un proiettile mancante nel caricatore 
sarebbe equivalso al  dover affrontare un processo e a spiegare il 
perche' della sua mancanza, o il motivo per cui  l'arma ha dovuto essere 
caricata. E questo, nemmeno nel mio stato allucinato potevo dimenticarlo.

Le mani mi tremarono su quel fucile. Un altro pensiero privato, legato 
alla vicinanza del carcere militare con un luogo di villeggiatura a me 
ben noto mi distrasse, conferma di come tutti  i nodi venissero al
pettine, come per incanto.

Era forse il momento decisivo. Ora o mai piu'! Brividi freddi, un 
conflitto tra abbandono e volonta' di ripresa! "Supremo, aiutami tu!" 
urlai a me stesso!

E il Supremo mi rispose: 

"Ora basta, cazzo! Basta! Qualcosa ci sara' pure a cui aggrapparsi! Che 
t'importa se non si vede ora! C'e'! C'e'! Ci sara'! Fanculo a questa 
situazione di merda!"

Fu quell'attimo di rabbia che mi salvo'. Fu quell'imprecazione urlata al 
mondo che mi spinse a reagire. E fu l'attimo in cui presi timidamente 
coscienza della mia parte piu' forte.

In apnea, e con un movimento molto goffo, estrassi il caricatore 
dall'arma per riportarlo nel taschino della mimetica. Questa volta avrei 
urlato davvero per sfogarmi. Il grido mi rimase strozzato in gola, ma 
una nuova determinazione ora era trovava. Il panico non era finito ma
la parte peggiore di quella notte era passata, anche se non lo sapevo.

Non sapevo ancora come giustificare a me stesso le ragioni per reagire, 
ma ne affermavo l'esistenza. Si trattava nel credere in una speranza, 
una qualunque speranza ci fosse nel domani, anche se non la conoscevo 
ancora: un rischio, una nuova scommessa. La nobilta' della mia sofferenza 
mi faceva sperare che ci fosse comunque un motivo per continuare a 
combattere.  

Non avevo finito di soffrire e non mi ero certo trasformato, non avevo 
certo raggiunto un nuovo equilibrio, ma avevo scoperto qualcosa di me
che non conoscevo. Una forza nuova che dovevo iniziare a comprendere e 
a interpretare, anche se ancora non mi ero reso conto di doverlo fare.

Singhiozzi mi colsero ancora ma con meno panico. Respirai profondamente
ignorando l'aria gelida e il formicolio che mi prendeva il volto.

Mi accorsi che anche mentre trattenevo il respiro i singhiozzi non
cessavano. Ma com'era possibile ? Come si spiegava questo fenomeno ?

Fu allora che volsi per la prima volta lo sguardo in basso a destra e la 
notai, non senza stupore.

Che cosa strana... buffo che non l'avessi mai vista prima, non e' vero ?

Eccola al mio fianco, di nuovo quei capelli biondi, quel fiocco rosso e 
quella divisa con la marinaretta. Carina, dopottutto, non e' vero ? 
Ma non sentiva il freddo ? Immagino che immersa com'era nei fumi dell'alcool
poca differenza facesse davvero per lei.

<Hic>

E stavolta non potei fare a meno di sorridere a quella piccola parassita 
che mi ciondolava al fianco. 

E sorrisi sinceramente.

Questo non mi diede certo un sollievo completo, ma la sua presenza mi 
porto' quel minimo di compagnia che un sorriso poteva concedermi. Almeno 
fino a quando la camionetta qualche tempo dopo torno' a prelevarmi.

E fu allora che...

"L'aereo sta accusando un discreto ritardo, Capitano Sato."

Quella frase del mio secondo mi riporto' alla realta'. 

Il velivolo su cui i miei ex compagni erano stati imbarcati non dava piu'
notizie. Molto probabile che quei quattro folli ne avessero combinata 
qualcuna delle loro. E, ad essere sincero, non posso dire che non
me l'aspettassi.

Il destino questa volta mi aveva messo contro alcune delle persone che 
piu' stimavo al mondo, persone che ho smesso di contare quante volte mi 
hanno salvato la vita in passato e che da tempo hanno fatto lo stesso 
con me.

"Cercate immediatamente di riprendere il contatto. E informate il 
Comando di questo strano contrattempo."  - dichiarai con tono deciso
ma lievemente alterato senza smettere di fissare innanzi a me.

"Signorsi', Capitano!" 

Tornai ai miei pensieri, ma solo per concluderli brevemente. Di altro 
infatti avevo motivo di preoccuparmi da quel momento in poi.

Non fu quella notte che il Vero Supremo nacque, fu forse in quella notte
che il vecchio me stesso inizio a cambiare.
Non fu quell'evento che mi trasformo' in colui che vedete ora, non fu
l'ultima volta che piansi per qualcuno, non fu l'ultimo dolore che ho 
ricevuto.
Non fu l'ultima volta che provai paura, non fu allora che imparai a
odiare, non fu per quell'evento che decisi di imparare a combattere, 
ne' di diventare spietato con i miei nemici quanto benevolo e sincero
ero stato con le persone che amavo.

Fu forse l'evento che inizio' a trasformare il ragazzo che ero in 
un'altra persona che fatico' molto per ritrovare la stima in se' stesso. 
Fu allora che iniziai ad abbandonare le cose che mi avevano accompagnato
da sempre per poi fare  la cernita di cosa lasciare e di cosa riprendermi.
Fu un punto di partenza, l'inizio di una fase di assestamento, di una
evoluzione che mi ha portato, a prezzo di una fatica immensa, a diventare
quel che sono ora.
Fu infine, l'inizio del percorso per cui ora mi trovo a poter dire "Non 
so se sono un eroe. Ma ora, davvero, mi sento un uomo."

Ma fu anche la notte in cui qualcosa inizio' a spegnersi dentro di me. 
Qualcosa che forse da solo avrebbe potuto giustificare un'intera
esistenza. Al punto tale che ho promesso che mi sarei battuto  perche'
le persone cui voglio bene potessero serbare quel qualcosa di cui io
non riesco piu' a nutrirmi. E intendo continuare a farlo, non importa
quante volte dovro' lanciarmi, non importa fino a quando dovro'
continuare a combattere.

"Nessun rimpianto, Capitano ?" - chiesi anche questa volta - "O se 
preferisci... Supremo ?"

Lo stesso copione si ripeteva di nuovo. Volsi gli occhi al cielo e a 
voce bassa confermai per l'ennesima volta la scelta che avevo fatto.

"Ora non piu'!"

Tutti si lanciano, e tutti combattono!

In fede, 

Capitano "Supremo" Sato 
- Comandante in capo delle Brigate Takahashi -


Questa storia e' dedicata a Robert A. Heinlein e al mio amico Veleno.


Note dell'autore:

Beh, cosa dire, se non che si tratta di una storia diversa da qualsiasi altra
abbia mai scritto ? :) E' cominciato tutto quando ho letto i primi due 
capitoli del Fascicolo 35 di Agenzia Rockflood, in cui si e' potuto incontrare
un Sato molto piu' cupo e tenebroso di quel che eravamo abituati a vedere,
nonche' le Brigate Takahashi trasformate in una organizzazione paramilitare.
Senza sapere nulla di cio' che avesse in mente Veleno per il prosieguo della
storia, l'idea di spiegare come il Supremo abbia potuto evolversi in tal modo mi
ha incuriosito fino al punto di farmi sperimentare un genere nuovo di narrativa.
Consideratela innanzittutto e' un omaggio a quel capolavoro di romanzo che e'
"Fanteria dello Spazio", poi un tributo a tutti gli autori di ARF, infine
una mia parentesi personale  rispetto a quelle fiere di demenzialita' che sono
state le mie precedenti fanfic :)

Per il resto, non preoccupatevi per l'eccessiva serieta', non c'e' nulla da
temere, anzi, lavoro permettendo, presto si tornera' alle fesserie dei bei tempi
andati. :)

Next releases:

- IACivilizazion.
- AVM's Worst Nightmare - Quarta Parte -

That's all, folks! 


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S A T O  a.k.a. "Il Supremo"
E-mail: pad307k1@pd.nettuno.it
WWW:    http://kame.usr.dsi.unimi.it:1111/sato/
* Comandante delle Brigate Takahashi in servizio attivo
* Autoproclamatosi #1 dei Ranma Fan italiani dal 1995
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